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Le lunghe intese destra-sinistra

COMMENTO – Pierfranco Pellizzetti

Governo_inciucio

Ha di certo ragione Alberto Asor Rosa quando osserva che il cosiddetto governo delle larghe intese (l’attuale consociazione coalizionale tra Pd e Pdl) nasce da «lucida consapevolezza e superiore capacità di controllo della crisi».
Forse merita un supplemento di riflessione approfondire le condizioni strutturali determinanti tale esito; che – a parere dello scrivente – va ben oltre il regolamento di conti con la forma-partito novecentesca.
Nella convinzione che tali condizioni derivano da processi tenuti a lungo sottotraccia; proprio per sottrarli alla vista della pubblica opinione, a cui si è preferito offrire altri modelli di rappresentazione delle dinamiche politiche vigenti in quanto funzionali a meglio proteggere il lavorio nei laboratori occulti del potere. Dove si determinavano trasformazioni fino a un certo punto inconfessabili. Perché imbarazzanti. Dunque un gioco di fate morgane create dagli opinion maker da establishment; come ad esempio il Corriere della Sera, che persiste nel diffondere l’idea anestetica che il sistema politico di Seconda Repubblica sarebbe stato «bipolare» fino ad ora; dunque ossequiente al classico schema Westminster centrato sulla dialettica tra maggioranza e opposizione. Sicché il retropensiero di tale descrizione è che l’Italia risulterebbe un Paese normale, con tutti gli effetti accreditativi e sdrammatizzanti insiti nell’assunto.
In effetti, a lungo si è persistito nel gioco di prospettare una rigorosa competitività radicale tra schieramenti, che – in effetti – ha caratterizzato solo brevi fasi del ventennio trascorso. Una verità che fu dichiarata già nel 2003 quando – non è chiaro se per tracotanza o ingenuità – l’onorevole Luciano Violante, in un intervento alla Camera, dichiarò testualmente: «L’onorevole Berlusconi sa per certo che nel 1994 gli venne data piena garanzia che non sarebbero state toccate le sue televisioni nel cambio di governo… ci si accusa di regime nonostante non avessimo fatto il conflitto di interesse, dichiarato eleggibile Berlusconi nonostante le concessioni…».
Quale pistola più fumante di questa si vorrebbe trovare per smascherare il crimine di collusività che marchia a fuoco la Seconda Repubblica? A cui si potrebbe aggiungere che le prove generali collusive avvennero già prima della catastrofe di Tangentopoli, nelle negoziazioni per la pax televisiva come nel coinvolgimento della parte migliorista del Pci nell’affarismo craxiano, il cui grande elemosiniere era già allora Silvio Berlusconi (che probabilmente già da allora iniziò a raccogliere pezze d’appoggio sui vari personaggi con cui entrava in negozio, poi utilizzate e messe all’incasso politico dopo la propria «discesa in campo»). Qualcuno fa risalire l’interlocuzione diretta tra miglioristi comunisti e l’imprenditore rampante all’epoca dell’acquisizione da parte di Fininvest del monopolio pubblicitario delle televisioni dell’Unione Sovietica.
Era l’anno di grazia 1988. Poi arriva Mani Pulite con le sue indagini su corruzioni e concussioni; tra l’altro una poderosa spinta a rinserrare le fila per la classe politica, che si ritiene minacciata complessivamente, indiscriminatamente. E quindi rafforza la tendenza già in atto di percepirsi in qualche misura come ceto. E come ceto trova una via d’uscita dall’impasse, riuscendo a spostare la «questione morale» in «questione istituzionale» (sistema maggioritario, elezioni dirette, accenno al presidenzialismo…): dai comportamenti concreti alle regole astratte. Operazione che segna il passaggio di Repubblica, con l’affermazione di nuove regole per la costruzione del discorso pubblico e l’acquisizione del consenso largamente influenzate dal format berlusconiano. Il berlusconismo come agente dell’americanizzazione (al ribasso) dell’Italia. Con due recezioni dal crogiuolo anglosassone reaganizzato-thatcherizzato, che determinano l’ulteriore omologazione del personale politico nostrano: il passaggio dalla politica partecipata allo star-system, l’accantonamento del paradigma keynesiano a vantaggio delle ricette friedmaniane. A questo punto la Sinistra mediatizzata e liberista diventa concettualmente indistinguibile dalla Destra; di cui condivide il principio cardine dell’approccio berlusconiano a quella branca della promopubblicità che è diventata la politica: il pubblico è composto da ragazzini di undici anni, neppure troppo intelligenti. Con la chiosa – a sinistra – che considera come «pubblico» la propria base elettorale.
L’idea presunta post-industriale che se l’economia finanziarizzata fa a meno delle persone, la politica smaterializzata non ha più bisogno del consenso come fonte della propria legittimazione. In una logica che potremmo definire “massonica”, intendendo con questo il privilegio accordato all’opacizzazione dei processi decisionali. Per inciso, si sarebbero potute individuare queste “liaison con il grembiulino” nel fronte che si oppose tenacemente alla candidatura di Stefano Rodotà al Quirinale (inquilino uscente e rientrante compreso).
Poi staremo a vedere dove si andrà a finire con questo sbaraccamento dell’intero patrimonio storico di cultura e pratiche finalizzato a “fare società”. E già si percepiscono sinistri scricchiolii. Intanto è giunta a compimento la trasformazione del ceto politico in una corporazione trasversale del potere (vulgo “Casta”, ma a cui si accede per cooptazione, non per nascita), cementata dalla consapevolezza dei comuni interessi a mantenere in vita l’habitat di sopravvivenza.
Tanto che la percezione dei “sinistri scricchiolii” di cui si diceva ha costretto a portare rapidamente alla luce la natura collusiva del potere vigente, con le maggioranze di riferimento degli ultimi due governi (Mario Monti e Letta jr.). Con i massacri rituali di Franco Marini e Romano Prodi sulla via del Quirinale. Cui si è aggiunto quello del maldestro PierLuigi Bersani, che nella fregola di premierato ipotizzava aggregazioni “divisive”, che confliggevano con il tratto della collusività.

Articolo Originale Il Manifesto

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