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Obsolescenza programmata

Fine vita programmato dei dispositivi eletronici ed elettrici

ObsolescenceL’obsolescenza programmata è quella «pratica industriale in forza della quale un prodotto tecnologico di qualsiasi natura è deliberatamente progettato dal produttore in modo da poter durare solo per un determinato periodo, al fine di imporne la sostituzione con un nuovo prodotto, più efficiente e funzionale, la cui carica innovativa viene pianificata in precedenza

In parole più semplici, i prodotti tecnologici sono programmati per finire fuori uso poco tempo dopo la scadenza della garanzia: in questo modo i produttori si assicurano la continuità del flusso commerciale. Anche acquistando un televisore (o uno smartphone, o un forno a microonde, o una stampante, o una lavatrice) oggi, l’utente sarà costretto a cambiarlo non perché lo voglia, ma per “necessità indotta”.

La storia dell’obsolescenza programmata

Nonostante possa apparire come una pratica piuttosto moderna e attuale, le radici dell’obsolescenza programmata sono ben piantate nei primissimi anni della seconda rivoluzione industriale. Il primo caso si ebbe nel 1924: i produttori di lampadine – inclusi gli italiani – si accordarono (il cosiddetto accordo Phoebus) per ridurre artificialmente la durata delle lampadine ad incandescenza. Anziché le “usuali” 2.500 ore, vennero ri-progettate e ri-costruite affinché i filamenti interni si rompessero dopo 1.000 ore.

Da lì, l’obsolescenza programmata ha fatto moltissima strada: basti pensare alle stampanti progettate per stampare un determinato numero di pagine o alle lavatrici con barre di calore realizzate con alcune leghe o metalli destinate ad arrugginirsi in breve tempo. O, ancora, alle batterie degli smartphone, il cui ciclo di vita si basa sul numero massimo di ricariche effettuabili.

Proposta di Legge:

La proposta di legge, in attesa di calendarizzazione, prova a combattere questa pratica prolungando la scadenza della garanzia e obbligando il produttore a rendere reperibili per lungo tempo i pezzi di ricambio.
Per quanto riguarda la garanzia, il periodo dovrebbe essere esteso da due a cinque anni, mentre i pezzi di ricambio dovrebbero essere “Il produttore di un bene di consumo deve assicurare la disponibilità delle parti di ricambio per tutto il tempo in cui il bene è immesso in circolazione nel mercato, nonché per i cinque anni successivi”. Altro punto chiave della proposta il costo dei pezzi stessi. “Il costo della parte di ricambio deve essere sempre e comunque proporzionato al prezzo di vendita del bene”. In caso contrario, il produttore potrebbe andare incontro a sanzioni piuttosto pesanti: si parte da 700 euro per arrivare a mezzo milione di euro in caso di violazioni gravi o gravissime.

Se la proposta di legge dovesse passare l’esame delle Camere, ci sarebbero effetti positivi anche sulla produzione di RAEE (Rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche). Con un ciclo di vita più lungo, infatti, sarebbero sempre di meno i prodotti a finire in discarica, a tutto vantaggio dell’ambiente e della natura.

La nuova legge dovrebbe avere ricadute anche sul piano occupazionale. Si dovrebbero incentivare, infatti, tutte quelle professionalità che permetterebbero di riparare o recuperare vecchi dispositivi elettronici, per concedere loro una seconda possibilità.
“È prevista la creazione di una nuova modalità di impiego – precisa l’Onorevole Lacquaniti, primo firmatario del disegno di legge – “riscoprendo” la figura del riparatore del bene di consumo. Può essere uno sbocco per l’occupazione giovanile. Ma deve essere favorito l’accesso a queste nuove figure lavorative attraverso una formazione alla riparazione dei beni prodotti. Per fare ciò è necessario che il produttore metta a disposizione le istruzioni per riparare. In questo modo anche il consumatore potrà conoscere già in origine se e a quali condizioni il prodotto può essere riparato».

 

 

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