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Decreto IRPEF. Tutto fumo.

 

irpef_01E’ segno del degrado della politica vedere utilizzato il decreto sugli 80 euro (n 66/2014) – in discussione al Senato e tra un po’ alla Camera – per motivi pubblicitari e di posizionamento politico, senza entrare veramente nel merito del provvedimento. Che non riguarda solo gli 80 euro in busta paga a 10 milioni di persone, ma molto altro. Bene dare 80 euro al 25% dei contribuenti e alzare la tassa­zione delle rendite e alle banche per le quote rivalutate di Banca d’Italia. Ma c’è molto di più in quel provvedimento: drastici tagli agli enti locali e ai servizi sociali per i cit­tadini, aumento della tassazione ai piccoli risparmiatori, gabelle per i passaporti e altro, sottrazione di 150 milioni alla Rai e probabile licenziamento del personale e molto altro. 10 sono le crepe più preoccupanti di questo decreto.
Non per tutti

Fuori da questo beneficio, ci sono le categorie più povere e bisognose: circa 6 milioni di persone. Per ogni italiano contento, un altro (precario, pensionato) è imbufalito. Un provvedimento rivolto alle classi sociali più basse avrebbe combat­tuto la povertà estrema con effetti macroeconomici più significativi. Il governo ha promesso che lo farà nel 2015. Per il momento è un annuncio.
Una tantum, ma non per le imprese

Allo stato attuale l’impegno è per il 2014. Per il 2015 ci penserà la legge di stabilità di ottobre. Da notare che nel decreto Irpef, mentre il vantaggio per i lavoratori è una tantum, solo per il 2014, il vantaggio per le imprese (riduzione aliquota Irap) è conta­bilizzato – stabilizzandolo – anche per il 2015 ed il 2016. Una tantum per i lavora­tori, ma non per le imprese.
Effetti macroeconomici nulli

Il Def, dice che l’effetto sul Pil di questa misura è dello +0,1%. Alcuni istituti indi­pendenti dicono che l’effetto è nullo;secondo altri ha un impatto negativo. Infatti l’effetto positivo del taglio delle tasse è compensato da quello alla spesa, che ha un effetto negativo sul Pil. E il «moltiplicatore» della spesa in investimenti è superiore a quello del taglio delle tasse.
Nessun effetto redistributivo

Maggiore reddito per la fascia individuata (lavoro dipendente e assimilato, ceto medio) non viene ottenuto da una distribuzione della ricchezza dai redditi più alti o dai grandi patrimoni, ma attraverso –in buona parte– una riduzione della spesa, che ha effetti su prestazioni e servizi (regioni ed enti locali) di cui la stessa fascia sociale beneficiaria del provvedimento è fruitrice. Questo sarà vero dal 2015 in poi – se il provvedimento sarà stabilizzato – perché ottenuto con la spending review.
Coperture traballanti e dannose

Quasi la metà delle coperture sono una tantum (rivalutazione quote Banca d’Italia, pagamento Iva delle imprese creditrici della Pa) e una parte (2miliardi e 100milioni) colpisce le spese di regioni, enti locali e ministeri. L’ufficio studi del Senato ha espresso profonde critiche sulle coperture individuate dal governo. Le entrate dell’Iva legate alla liquidazione dei debiti della Pa non rappresentano nuove risorse, ma solo un anticipo per i prossimi anni. C’è poi l’Irap: secondo i tecnici del Senato ci sarà un minor gettito rispetto ai 2 miliardi previsti. Difficili anche i 2 miliardi di risultato del contrasto all’evasione per il 2015: «Non è stata fornita alcuna informazione in merito a eventuali strumenti o metodologie che si ipotizza di utilizzare per il raggiungi­mento dell’obiettivo», dicono dal Senato. Un po’ come faceva Tremonti.
Tagli ai servizi, meno welfare

Il decreto prevede 2,1 miliardi di tagli a enti locali, regioni e ministeri. Gravissimo, perché significa tagli ai servizi per i cittadini. Ognuno si arrangerà, chi ridurrà l’illuminazione, chi abbasserà la temperatura dei riscaldamenti, chi taglierà i finan­ziamenti alle associazioni, chi ridurrà la manutenzione delle strade, chi farà meno ini­ziative culturali, chi ridurrà il finanziamento all’assistenza specialistica ai disabili e alla sanità. Il presidente della Regione Puglia, Vendola, ha dichiarato che gli 80 euro vanno bene «purché non importino drastici tagli alla Pubblica Amministra­zione». Proprio di questo si tratta. La Regione Puglia, a causa di questo decreto, dovrà tagliare 46 milioni dal suo bilancio.
Comuni, zone agricole e montane

L’esenzione dall’Imu per le piccole aziende agricole delle zone collinari e montane viene ridotta di 350 milioni di euro. Ma il gettito non va ai Comuni, ma all’erario. Non solo si penalizzano le piccole aziende agricole delle zone interne, ma si sottrag­gono le risorse per i Comuni.
I tagli alla Rai

Vengono tolti alla Rai 150milioni: si arrangi vendendo RaiWay. Il problema non è la giusta lotta agli sprechi, ma il licenziamento dei lavoratori (a partire dai pre­cari). Poi c’è la tassa sul rilascio dei passaporti che passa da 40 a 73 euro. Poi ce n’è una nuova: 300 euro per «il riconoscimento della cittadinanza italiana». Infine, altra sorpresa per 25milioni di piccoli risparmiatori e correntisti italiani: la tassa sugli utili dei conti correnti passa dal 20 al 26%.
Coperture future improbabili

La Banca d’Italia ha detto che per il 2015 servono oltre 14 miliardi per finanziare questa misura, includendo l’allargamento agli incapienti. A queste risorse bisogna aggiungere quelle che dovremo reperire per gli «sforzi aggiuntivi» chiesti da Bruxel­les: tra 8 e 10 miliardi. Poi, servono i soldi – che si mettono in legge di stabilità – per misure inderogabili, quali la Cig, il 5 per mille, le missioni militari all’estero. In tutto, a seconda delle stime, una somma superiore ai 25 miliardi di euro. Renzi prevede di trovare tutti questi soldi dalla spending review di Cottareli per il il 2015 (17 miliardi) e con la crescita. Quale? Va ricordato che nel 2014, l’obiettivo di Cottarelli è stato abbassato di circa il 25%. Se avvenisse lo stesso anche nel 2015, sarebbero disponibili poco più di 12 miliardi e ne mancherebbero molti altri. I 2miliardi da lotta all’evasione fiscale sono virtuali, dicono i tecnici del Senato.
80 euro e tasse

I benefici degli 80 euro sono compensati da nuove tasse: aumento sulla prima casa (+60% rispetto al 2013, secondo Banca d’Italia), sui conti correnti, aumento addizio­nali Irpef comunali e regionali (a causa dei tagli dei trasferimenti), mancati aumenti contrattuali per il pubblico impiego per il blocco degli ultimi 5 anni e dei prossimi 3 comportano benefici dubbi dal complesso di questa misura. Le nuove tasse – secondo la Uil – si mangeranno nei prossimi 8 mesi oltre il 40 per cento del bonus degli 80: dei 640 euro in più si dovranno sottrarre 278 euro (Tasi più addizionali comunali Irpef). Ciò significa la riduzione al 56% dei benefici. Se a tutto ciò si aggiun­gono gli effetti dei tagli agli enti locali, la beffa è certa. Bene gli 80 euro (per chi li prende) ma tutto il resto? È un mezzo disastro: tagli drastici agli enti locali e ai ser­vizi e tante imposte indirette, effetti redistributivi e macroeconomici quasi nulli. Nes­sun effetto sul lavoro e sulla disoccupazione che continua a galoppare (al 13,6%, per i giovani al 46%). L’aumento del Pil previsto dal governo (+0,8%) – con il quale spera di finanziare in futuro il provvedimento – è già nel libro dei sogni. Lo dicono Istat, Ocse e la Commissione europea che lo ha già abbassato allo 0,6%. Per il primo trime­stre 2014 (dati Istat) siamo già allo 0,1%. Rimane la ricetta Cottarelli: privatizzazioni e altri tagli al pubblico impiego, al welfare e agli enti locali. E rimane quello che ha dichiarato Padoan al festival dell’economia di Trento: «sono a favore dell’aumento dell’età pensionabile». Non proprio una mossa anti-austerità.

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