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La crisi e gli economisti

crisisGli economisti sono spesso accusati di non avere saputo prevedere la crisi. Ma la verità è che ci sono economisti e economisti. Lo ribadisce Giancarlo Bertocco nel suo libro La crisi e le responsabilità degli economisti (Francesco Brioschi Editore, Milano, 2015), e qui ci offre una anteprima della sua riflessione.
Gli economisti si sono difesi dall’accusa di non aver saputo prevedere l’arrivo della crisi affermando che le crisi economiche, come i terremoti, non sono prevedibili. I sismologi non vengono accusati di non saper prevedere i terremoti; allo stesso modo, gli economisti non devono essere accusati di non aver previsto quanto stava per accadere. In realtà, esiste una sostanziale differenza tra le scelte della professione economica e il comportamento dei sismologi. Negli ultimi decenni, gli economisti hanno elaborato e insegnato nelle università di tutto il mondo, una teoria che escludeva che potesse manifestarsi una crisi come quella osservata a partire dal 2007. Essi si sono comportati come sismologi che durante un periodo tranquillo arrivano a concludere che i terremoti non esistono.
E’ sorprendente constatare che a otto anni dall’inizio della crisi mentre, soprattutto in Europa, i suoi effetti sull’occupazione sono ancora pesantissimi, gli economisti rimangano legati ad un modello teorico che afferma che le crisi non sono possibili. La professione economica ha superato questa contraddizione tra teoria e realtà considerando la crisi contemporanea come un evento accidentale, un cigno nero, provocato dagli errori commessi da due soggetti: la Federal Reserve e il sistema bancario americano. Ma queste spiegazioni non consentono di salvare la teoria mainstream e superare la contraddizione tra teoria e realtà. Al contrario queste spiegazioni costituiscono una prova evidente dei limiti della teoria tradizionale poiché utilizzano concetti e relazioni che contrastano con le proposizioni fondamentali della teoria mainstream. In altri termini, esse considerano un sistema economico profondamente diverso da quello descritto dalla teoria dominante.
Si possono individuare tre spiegazioni basate sul concetto di errore. La prima sostiene che la responsabilità della crisi debba essere attribuita alle autorità monetarie americane le quali, tra il 2000 e il 2004, avrebbero adottato una politica eccessivamente espansiva, creando la liquidità che ha consentito al sistema bancario di espandere l’offerta di mutui subprime e di provocare la bolla immobiliare scoppiata nel 2007. La seconda spiegazione attribuisce la responsabilità della crisi al sistema bancario americano. Raghuram Rajan, sostiene che, sotto la pressione di un sistema di incentivi distorto, le banche americane avrebbero creato una quantità eccessiva di rischio, provocando la crisi. L’espressione creare rischio non deve essere confusa con l’espressione assumere rischio. Una compagnia di assicurazioni che emette polizze contro i danni di un terremoto, non influenza la probabilità che si verifichi il terremoto; essa si assume un rischio, non lo crea. Nel caso della crisi recente, invece, il sistema bancario avrebbe creato il rischio relativo al verificarsi della crisi finanziaria poiché, espandendo l’offerta di mutui subprime, avrebbe favorito la formazione di una bolla speculativa il cui scoppio ha avuto conseguenze catastrofiche. La terza spiegazione infine, sostiene che la liquidità che ha alimentato la bolla immobiliare derivi dall’eccesso di risparmio registrato nei paesi emergenti dell’Asia, e nei paesi produttori di petrolio.
Queste spiegazioni contengono concetti e relazioni che sono in contrasto con le proposizioni fondamentali della teoria mainstream. La spiegazione che attribuisce la responsabilità della crisi alla Federal Reserve non è coerente con la teoria standard della moneta che coincide con la teoria quantitativa della moneta, ed afferma che le autorità monetarie possono controllare la quantità di moneta ma non l’offerta di credito che dipende invece, dalle decisioni di risparmio. La spiegazione elaborata da Rajan è in contrasto con la teoria tradizionale della finanza secondo la quale le banche sono dei semplici intermediari che trasferiscono le risorse dai risparmiatori alle imprese. Con le loro scelte esse non solo non creano rischio, ma al contrario lo riducono perché, rispetto ai risparmiatori, sono dotate di una maggior capacità nel valutare le caratteristiche dei debitori. Anche la terza spiegazione non è coerente con la teoria dominante secondo la quale un aumento del flusso di risparmio non provoca crisi, ma dà un impulso alla crescita poiché determina un aumento degli investimenti. Inoltre, tutte le spiegazioni utilizzano i concetti di speculazione e di bolla speculativa che sono estranei alla teoria macroeconomica dominante.
Insomma, le spiegazioni dell’origine della crisi elaborate dagli economisti legati alla teoria mainstream considerano un mondo profondamente diverso da quello descritto dalla stessa teoria tradizionale. Si tratta di una economia in cui: i) l’offerta di credito è indipendente rispetto alle decisioni di risparmio e deriva, invece, dalle scelte del sistema bancario; ii) la finanza può creare rischio; iii) il fenomeno della speculazione è rilevante. Queste spiegazioni devono indurre la professione economica a elaborare un approccio teorico alternativo a quello tradizionale, che spieghi il funzionamento di una economia che ha queste caratteristiche.
È il caso allora di tornare alla lezione di quel gruppo di economisti eretici composto da Marx, Keynes, Schumpeter, Kalecki, Kaldor e Minsky. Il loro approccio mostra che all’interno delle economie contemporanee le crisi non sono un fenomeno accidentale, ma un fenomeno strutturale. Specificare la natura endogena della crisi significa sostenere che un’economia di mercato non converge spontaneamente verso una condizione ideale nella quale si realizza la piena occupazione della forza lavoro disponibile, tutte le risorse risparmiate sono destinate agli investimenti più produttivi e capitale e lavoro vengono remunerati in funzione delle rispettive produttività. Significa inoltre, sottolineare che gli stessi fattori da cui dipende la vitalità del capitalismo, che hanno consentito nel giro di poche generazioni di aumentare in maniera straordinaria il tenore di vita della popolazione dei paesi avanzati, possono generare profonda instabilità.
Affermare la natura endogena delle crisi non deve tuttavia, indurre a concludere che esse, come i terremoti, sono inevitabili. Le crisi infatti non sono eventi naturali ma fenomeni sociali. Ciò ha una conseguenza rilevante: mentre la probabilità che si verifichi un terremoto non dipende dalla teoria elaborata dai sismologi per spiegarne l’origine, la probabilità che si verifichi una crisi economica non è indipendente rispetto al modo in cui gli economisti teorizzano il funzionamento di una economia di mercato. Questo aggrava le responsabilità di quella parte maggioritaria della professione economica impermeabile all’insegnamento degli economisti eretici che, adottando modelli teorici che trascuravano la natura instabile delle economie di mercato, ha reso possibile un nuovo evento catastrofico. Infatti la diffusione di questi modelli ha indotto a trascurare i segnali di instabilità che si sono manifestati negli anni precedenti la crisi. Inoltre, quella professione economica, elaborando una teoria che escludeva che all’interno di una economia di mercato ben funzionante potesse verificarsi una crisi catastrofica, ha favorito scelte e comportamenti che hanno provocato la paralisi del sistema finanziario e la successiva recessione mondiale.
L’analisi della natura della crisi contemporanea ha importanti conseguenze che riguardano la definizione delle politiche necessarie ad affrontarla. Una terapia presuppone una diagnosi; non è credibile ipotizzare che da una diagnosi sbagliata scaturisca una terapia efficace.
*L’autore insegna Macroeconomia presso l’Università dell’Insubria e ha pubblicato un libro intitolato La crisi e le responsabilità degli economisti (Francesco Brioschi Editore, Milano, 2015).

 

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