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Referendum, Trivelle ed altro

Riporto l’ottimo articolo di   Gianni Comoretto,  ritenendo che sia uno specchio abbastanza chiaro ed esauriente sull’argomento delle trivelle e del referendum che ci vedrà impegnati Domenica 17 Aprile. Ben  argomentato e condivisibile.

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Domenica si deve andare a votare per il referendum, per il semplice fatto che votare è un diritto conquistato con il sangue dai nostri genitori o nonni, ed in nessun caso questo diritto deve essere svuotato per calcoli di convenienza di una o l’altra parte. Quindi uno può votare in un modo o nell’altro, o astenersi annullando la scheda, ma andare a votare è un dovere, perché resti un diritto.

Il referendum parla di concessioni di sfruttamento di giacimenti che siano a meno di 12 miglia dalla costa, impedendone il rinnovo al termine della concessione attualmente in vigore. Le concessioni di cui si parla sono 17. Altre 9 concessioni, appena rinnovate, continueranno l’attività per 30 anni circa in ogni caso.

Le 17 di cui sopra scadranno progressivamente quasi tutte nei prossimi 3-4 anni, e nel 2015 han prodotto 1,21 miliardi di metri cubi di gas, circa il 17,6% della produzione nazionale (il 2,1% dei consumi 2014). Tra queste, 4 concessioni hanno permesso anche una produzione di petrolio pari a 500.000 tonnellate, circa il 9,1% della produzione nazionale (0,8% dei consumi 2014). Queste concessioni, nel caso vincano i SÌ al referendum, non potranno essere rinnovate, e potranno essere prorogate solo in casi eccezionali. n generale le concessioni sfruttano perforazioni esistenti, ma non impediscono di fare nuove prospezioni, o di installare nuove piattaforme all’interno di una concessione esistente. Questo è esplicitamente previsto almeno per due concessioni.

La produzione di queste concessioni è in calo da anni. Il picco di produzione di gas, oltre 5 milioni di mc, è avvenuto per questi giacimenti nel 1998, e almeno dal 2005 la produzione sta calando, dimezzando ogni 5 anni circa. Quindi, referendum o no, in una decina d’anni la produzione sarà grossomodo 1/4 dell’attuale. Ed è abbastanza facile prevedere che una quota delle concessioni non verrà comunque rinnovata, per le rese troppo basse.

Le concessioni pagano royalties molto basse all’Italia, con una quota elevata di franchigia in cui non viene pagato nulla. Nel 2015 questa quota esente riguardava il 51% del gas e petrolio estratti, e con il calo delle rese questa quota è destinata ad aumentare. Il costo del referendum da solo corrisponde ad alcuni anni di royalties.

Nei prossimi anni dovrebbero succedere anche altre cose. Secondo gli accordi di Parigi sulla lotta ai cambiamenti climatici, ci siamo impegnati a ridurre le emissioni di CO2 del 40% nei prossimi 15 anni, ed entro il 2050 dovremo ridurle ad una frazione dell’attuale. I tagli ai consumi riguardano tutti i combustibili fossili. Il metano produce meno CO2 di petrolio e carbone, e quindi viene spacciato come meno dannoso, ma ha un impatto maggiore dovuto alle perdite nell’estrazione e distribuzione, essendo molto più efficace come gas serra. Alla fine non è meglio del resto. In ogni caso in prospettiva dovremo ridurne i consumi in modo abbastanza celere, se vogliamo rispettare gli impegni presi a Parigi, come si può vedere ad esempio da questo grafico (fonte: proiezione dei consumi energetici italiani, ENEA 2013).

Per riuscire a limitare il riscaldamento globale, quindi, non ci sono alternative a lasciare una grossa quota dei combustibili fossili sottoterra. Per rimanere nei limiti di 2 gradi di aumento della temperatura globale dovremo rinunciare all’80% del carbone, a circa un terzo del petrolio e a metà del metano attualmente sfruttabili. Quindi qualcuno dovrà necessariamente chiudere degli impianti di estrazione nonostante ci siano ancora riserve sfruttabili. È inevitabile, se non vogliamo finire arrosto.

Queste argomentazioni sono esposte da chi si occupa di riscaldamento globale (blog climalteranti) e di esaurimento delle risorse petrolifere (ASPO Italia), ma non si ritrovano granché tra i promotori del SÌ, che puntano invece sull’inquinamento, rischio di incidenti, danni al turismo. Di fatto questi rischi sono molto bassi. Proprio perché i giacimenti sono sfruttati, hanno una pressione bassa e non c’è un reale rischio di fuoriuscite. Le piattaforme non danneggiano l’ecosistema marino, almeno per come sono gestite, e rischi di inquinamento ben maggiori sono rappresentati dal trasporto di gas e petrolio. A fine vita le piattaforme possono servire come base per impianti eolici offshore.

I problemi occupazionali sono molto più complessi da valutare. Il comparto dà lavoro a 11 mila persone, ma nelle concessioni interessate ci lavora solo una parte. In ogni caso il declino dei giacimenti porterà a perdite di posti di lavoro, per cui stabilire quanti ne farebbe perdere il referendum è oggetto di troppe ipotesi ed interpretazioni per essere messo nei “fatti”.

Cosa succederebbe con una vittoria dei “si”, o dei “no”? Molto difficile dirlo. L’ENI probabilmente ha abbastanza voglia di abbandonare il settore italiano, che rende poco (anche se è comunque in attivo), e questo include le piattaforme oltre le 12 miglia. Il referendum potrebbe dare la scusa per farlo. I posti di lavoro nel settore sono comunque a rischio, come dicevo sopra si tratta di giacimenti in esaurimento, che sicuramente non dureranno ancora decenni. Ma dare la colpa al “si'” renderà più facile farlo. Oppure invece potrebbe spingere a una riconversione del settore.

Una vittoria del NO potrebbe sdoganare l’idea che l’Italia sia ricca di idrocarburi, e rilanciare i fantasiosi miti di una indipendenza energetica italiana. Affossando ancora di più le rinnovabili, che ormai soffrono di un attacco a tutto fronte. E chi se ne frega di Parigi e dei cambiamenti climatici, basta recuperare uno o due “diversamente esperti” che ti spieghino che il global warming è una bufala.

In questo la campagna referendaria per il NO è particolarmente preoccupante, perché si basa tutta sull’idea che senza quel gas non possiamo vivere, che non si può fare a meno di quel 2%, che le rinnovabili siano solo un’illusione, o che chi è contrario a rinunciare a quel 2% deve andare a piedi e chiudere il rubinetto del gas della cucina. Tutto questo non ha senso, perché dobbiamo fare 10 volte tanto, nel periodo in cui questo gas ci verrà a mancare (ed in buona parte mancherà comunque). Certo, il discorso è più complesso, e riguarda l’opportunità o meno di rinunciare a questi specifici giacimenti, ma nei prossimi anni dovremo rinunciare a molto più gas e petrolio, volenti o nolenti, referendum o no, di quanto ci diano queste concessioni. Non si discute.

Una vittoria dei Sì rilancerà invece le rinnovabili? Mi permetto di essere scettico a riguardo. Diciamo che ci spero. Come spero che una vittoria dei No non le affossi ulteriormente (il che mi sembra più probabile). In conclusione se questo referendum non si faceva era meglio, ma ora c’è e ce lo dobbiamo tenere.

Al di là quindi dell’impatto reale, che è molto modesto e comporterà alla fine la rinuncia ad una piccolissima frazione dei nostri consumi di gas e petrolio, il significato del referendum è politico, e dipende in modo fondamentale da come verrà letto. Cosa estremamente difficile da prevedere, quindi, come dicevo all’inizio, rispetto chi fa previsioni differenti dalle mie.

Un ragionamento più sensato è quello di chi sostiene che quel gas, che non estrarremo, lo dovremo importare, quindi scaricando su altri l’inquinamento. Ma il paradosso di Jevons è in agguato. Se non estrai del metano, non lo bruci, è pacifico. Se lo estrai, lo bruci, e quello che non lo importi lasci ad altri la possibilità di bruciarlo. Di fatto nessuno vorrà smettere di estrarre, perché significa rinunciare a dei guadagni. Abbiamo visto che dovremo rinunciare, nei prossimi anni, a ben più  di quanto verrà bloccato dal referendum. Ha senso dire che possiamo rinunciare ad un 20% delle nostre capacità estrattive, probabilmente meno visto il depauperamento dei giacimenti, quando dovremo ridurre i consumi del 75%, e quindi chiedere agli altri di lasciare sottoterra metà delle loro risorse di gas? O non è questo fare gli ecologisti con i soldi (delle estrazioni) degli altri?

Anche qui, stabilire se complessivamente estrarre o meno un milione di metri cubi l’anno stimoli o freni l’estrazione a livello globale credo sia questione da palla di vetro di mago Merlino. E probabilmente siamo sull’irrilevante. Ma i simboli, i segnali, forse contano.

 

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