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La differenza tra partito e movimento

 

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La differenza tra partito e movimento è presto detta: il partito si colloca sul terreno della politica, cioè del potere, i movimenti invece su quello del raggiungimento di obiettivi parziali.
Ogni volta che i soggetti sociali oppressi e/o semplicemente settori di cittadinanza, si trovano ad affrontare un problema che intendono risolvere in forma collettiva, danno vita ad un movimento: sindacato, comitato, associazione, rete, coordinamento. Questi organismi possono anche offrire intere visioni del mondo, ma, nei fatti, cercano di raggiungere i loro obiettivi parziali, ne siano o meno coscienti. Il piano del politico invece ha per fine la conquista del potere politico.

A seconda dell’orientamento del partito, questa conquista può prendere la forma della partecipazione al governo o quella del rovesciamento del potere statale o di altre visioni strategiche più o meno intermedie. I movimenti dunque sono parziali, mentre i partiti (o comunque i soggetti politici) sono, o dovrebbero essere, complessivi. L’ambizione dei partiti cioè è, o dovrebbe essere, quella di riassumere anche le rivendicazioni parziali dei movimenti, o di dare delle risposte a quelle istanze sul piano del politico. Ma il viceversa non esiste: i movimenti non si collocano sul piano della conquista del potere politico, comunque la si intenda.

Naturalmente, nella storia, gli “sconfinamenti” tra un piano e l’altro sono a dir poco numerosi, ma proprio lo studio di questi ci indica come la suddivisione che abbiamo descritto non sia astratta, studiata a tavolino, ma discenda dalla realtà storica, che si incarica, indipendentemente dalla volontà dei protagonisti, di ricollocare, alla fine di situazioni confuse, ognuno “al proprio posto”.
Vi sono partiti monotematici che hanno cercato di portare direttamente sul piano della politica la parzialità, cioè le tematiche specifiche, di un movimento. Ad esempio i Verdi. Ma ovunque in Europa la fragilità di queste formazioni (sparizioni, riaggregazioni, ricambi completi del proprio elettorato, paurose oscillazioni elettorali) dimostra la provvisorietà della loro collocazione sul piano del politico.

Perché la realtà produce in forma naturale questa “divisione del lavoro” tra partiti e movimenti?

I movimenti perseguono obiettivi parziali, per questo le persone che vi aderiscono sono più numerose di quelle che militano nei partiti. Un lavoratore può essere assolutamente favorevole a difendere il proprio salario con lo sciopero ma, per quanto contraddittorio ciò possa sembrare, può allo stesso tempo votare a destra. Vi sono molte persone che solidarizzano sinceramente con le popolazioni del Terzo Mondo e dunque si spendono a favore del consumo critico e contro il FMI, ma, all’ora del voto, scelgono partiti moderati. Ciò costituisce una contraddizione solo se si adotta il punto di vista del piano politico, cioè un punto di vista complessivo, che dà una spiegazione, non necessariamente corretta, di tutte le parzialità riconducendole ad una sola logica. Ma non è così dal punto di vista del movimento, che ha una visione parziale. Il movimento cioè risponde ad un bisogno di massima unità per il raggiungimento di un obiettivo specifico. Porre problemi di prospettiva politica viene percepito dalla massa degli attivisti di movimento come un attentato a questo sforzo, come un tentativo di divisione, e per questo è solitamente respinto come “strumentalizzazione”.

La coscienza della parzialità, non è quasi mai presente però, nel militante medio di movimento. La tentazione di vedere il mondo attraverso la lente del movimento cui si appartiene è forte, e spontanea. Difficile trovare ad esempio un militante ambientalista che non sia convinto che tutto debba essere ricondotto alla lotta per il rispetto delle compatibilità della natura, o un attivista del consumo critico che non giuri che il cambiamento vero dipenda dall’adesione individuale ad un altro stile di vita.

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