Un nuovo studio rivela che il magnetismo ha probabilmente giocato un ruolo nella formazione del sistema solare primordiale. "Si è a lungo ipotizzato che la gravità ne fosse la causa, ma le nostre misurazioni dimostrano che il magnetismo ha probabilmente avuto un ruolo", afferma Benjamin Weiss. Credito: Hernán Cañellas
Un nuovo studio rivela che il magnetismo ha probabilmente giocato un ruolo nella formazione del sistema solare primordiale. “Si è a lungo ipotizzato che la gravità ne fosse la causa, ma le nostre misurazioni dimostrano che il magnetismo ha probabilmente avuto un ruolo”, afferma Benjamin Weiss. Credito: Hernán Cañellas

Nel vasto e affascinante campo dell’astrofisica, una delle domande più complesse riguarda le modalità con cui una gigantesca nube informe di gas e polvere sia riuscita, miliardi di anni fa, a trasformarsi nella struttura ordinata che conosciamo oggi, con una stella centrale massiccia circondata da pianeti, lune e asteroidi. Per decenni gli scienziati si sono interrogati su quali forze abbiano guidato le primissime fasi di questo processo. Oggi, un importante studio scientifico pubblicato sulla prestigiosa rivista PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences) e guidato dai ricercatori della Purdue University e del Massachusetts Institute of Technology (MIT) offre una risposta dettagliata e sorprendente. Analizzando i reperti fisici più antichi mai trovati all’interno del nostro Sistema Solare, gli studiosi hanno dimostrato che nei primi istanti di vita della nebulosa solare era presente un campo magnetico intensissimo, notevolmente più forte di quello che protegge la Terra ai giorni nostri. Questa forza invisibile ma potentissima ha svolto un ruolo guida fondamentale nell’aggregazione della materia e nella successiva nascita dei pianeti rocciosi.

Le inclusioni ricche di calcio e alluminio: fossili magnetici del Sistema Solare

Per viaggiare indietro nel tempo di circa 4,57 miliardi di anni, i ricercatori non si sono affidati soltanto a simulazioni teoriche al calcolatore, ma hanno esaminato direttamente la materia primordiale giunta sulla Terra sotto forma di meteoriti. In particolare, la ricerca si è concentrata sulle CAI (dall’inglese Calcium-Aluminum-rich Inclusions, ossia inclusioni ricche di calcio e alluminio).

Le CAI sono minuscole ed elaborate strutture minerali incastonate all’interno di alcune meteoriti di tipo carbonaceo, come il meteorite DOM 08006 ritrovato in Antartide. Questi piccoli granelli rappresentano in assoluto i primi solidi formatisi nel Sistema Solare, essendosi condensati a temperature altissime, superiori ai 1.100 gradi Celsius, nelle immediate vicinanze del neonato Sole. Quando questi minerali si sono raffreddati passando dallo stato gassoso o fuso a quello solido, le minuscole particelle metalliche di ferro e nichel contenute al loro interno si sono orientate seguendo la direzione del campo magnetico circostante, proprio come farebbero microscopici aghi di una bussola. Una volta completato il raffreddamento, quell’orientamento è rimasto imprigionato per sempre nella roccia, creando una vera e propria registrazione paleomagnetica indelebile.

L’evoluzione della materia primordiale ha seguito un percorso affascinante. Tutto è iniziato con il collasso gravitoso di una vasta nube primordiale di gas e polveri. Successivamente si è formato il disco protoplanetario, caratterizzato da temperature estremamente elevate nella sua zona più vicina al Sole. In questo ambiente incandescente sono condensate le CAI, le cui particelle metalliche hanno registrato l’intensità del campo magnetico nebulare durante il processo di raffreddamento. Infine, la materia ha iniziato ad aggregarsi progressivamente, gettando le basi per i futuri pianeti.

Un campo magnetico inaspettatamente potente: i dati dello studio

Grazie all’impiego di magnetometri ad altissima sensibilità e tecniche di analisi micro-strutturale di ultima generazione, il team di ricerca è riuscito a misurare la remanenza magnetica conservata nelle CAI del meteorite DOM 08006. Questo meteorite è stato scelto con estrema cura perché si tratta di un campione eccezionalmente puro, che non ha subito alterazioni termiche o chimiche significative durante la sua permanenza nel corpo genitore, mantenendo così intatta la memoria originale del disco protoplanetario.

I risultati delle analisi hanno rivelato che il campo magnetico presente nella parte più interna del disco protoplanetario aveva un’intensità compresa tra 150 e 600 microtesla ($\mu T$). Per comprendere la portata di questa cifra, basti pensare che il campo magnetico terrestre attuale oscilla tra i $30$ e i $60\ \mu T$. Il campo magnetico primordiale registrato dalle CAI era quindi fino a dieci volte più intenso di quello che oggi avvolge il nostro pianeta.

Questo valore è notevolmente superiore anche a quello rilevato in studi precedenti su altri componenti meteoritici, come le condrule, le quali si sono formate alcuni milioni di anni più tardi e mostravano campi magnetici nebulari compresi tra $50$ e $100\ \mu T$. La scoperta dimostra che nelle primissime fasi di vita del Sistema Solare, corrispondenti alla fase giovanile della stella centrale (fase di protostella di Classe 0/I), le forze magnetiche erano al loro massimo picco di intensità.

Gravità contro Magnetismo: come cresce una stella e nasce un sistema planetario

Nel campo dell’astronomia è da tempo aperto un dibattito fondamentale: quale forza ha guidato la caduta della materia verso il centro e la distribuzione del materiale lungo il disco? Le due ipotesi principali vedevano contrapposti l’effetto della sola instabilità gravitazionale e l’azione dinamica dei campi magnetici.

Quando una nube di gas collassa sotto l’azione della propria gravità, la materia comincia a ruotare sempre più velocemente, un po’ come fa una pattinatrice che stringe le braccia al corpo per aumentare la velocità di rotazione. Se il materiale ruota troppo velocemente, la forza centrifuga impedisce al gas di cadere ulteriormente verso la stella in formazione. Per far sì che la stella possa crescere e accumulare oltre il 90% della sua massa finale, è necessario un meccanismo efficiente per trasferire il momento angolare, ossia per frenare il materiale in rotazione e permettergli di cadere verso l’interno, proiettando al contempo una parte della materia verso l’esterno.

Le nuove misurazioni paleomagnetiche confermano in modo solido la teoria secondo cui il magnetismo ha svolto un ruolo attivo e dominante. L’elevata intensità del campo magnetico riscontrata nello studio è perfettamente compatibile con la presenza dei cosiddetti venti magnetici di disco, veri e propri getti di materia guidati dalle linee di campo magnetico che sparavano il gas in eccesso lontano dal disco, consentendo al resto della materia di precipitare verso il protosole. Inoltre, un campo magnetico così forte ha innescato instabilità magnetorotazionali, turbolenze interne al disco che hanno generato un forte attrito viscoso, scaldando la regione più interna fino a temperature di migliaia di gradi e facilitando la miscelazione e l’aggregazione dei futuri mattoni planetari.

La cronologia della nostra origine cosmica

Ripercorrendo la sequenza temporale delle nostre origini, si nota come ogni fase abbia avuto un ruolo ben preciso. Al tempo zero, collocabile tra $4,567$ e $4,568$ miliardi di anni fa, il collasso della nube presolare ha portato alla nascita delle prime strutture minerali a temperature superiori ai $1.400$ Kelvin, in presenza di un campo magnetico nebulare calcolato tra $150$ e $600\ \mu T$, durante una fase di protostella estremamente attiva.

Tra uno e quattro milioni di anni dopo la nascita delle CAI, il contesto è cambiato progressivamente. In questa fase si sono formate le condrule in regioni via via meno calde, mentre il campo magnetico nebulare ha iniziato a calare, registrando valori compresi tra $50$ e $100\ \mu T$ mentre la stella entrava nella fase nota come stella T Tauri.

Infine, oltre i cinque-dieci milioni di anni dall’inizio del processo, il gas della nebulosa si è completamente dissipato. Questo ha lasciato spazio alla fase finale di accrescimento planetario, in cui i corpi rocciosi già formatisi hanno iniziato a collidere tra loro per gravità fino a plasmare i pianeti attuali.

Perché questa scoperta è rivoluzionaria per l’astronomia moderna

La misurazione diretta del campo magnetico della primissima nebulosa solare tramite le CAI non chiarisce soltanto la storia del nostro personale angolo di universo, ma fornisce preziosi parametri di confronto per l’osservazione dei sistemi esoplanetari.

Oggi, grazie a telescopi spaziali e terrestri avanzati come il James Webb Space Telescope (JWST) e l’Atacama Large Millimeter/submillimeter Array (ALMA), gli astronomi sono in grado di fotografare dischi protoplanetari attorno a stelle giovani in altre regioni della Via Lattea. Tuttavia, misurare direttamente la forza del campo magnetico nella regione più interna di quei dischi lontani, dove si formano pianeti simili alla Terra, è un’impresa estremamente difficile con le sole osservazioni telescopiche.

I dati ottenuti nei laboratori terrestri analizzando le meteoriti funzionano come una pietra di paragone fondamentale, confermando che i modelli teorici basati sulla magnetoidrodinamica sono corretti. L’origine della nostra Terra, e la sua felice collocazione in una zona abitabile con la giusta quantità di elementi chimici, è stata scritta anche e soprattutto grazie alla presenza di quelle invisibili forze magnetiche che, più di quattro miliardi e mezzo di anni fa, hanno guidato la materia nel caos primordiale.

Traduzione abstract. La disponibilità dello studio completo, in accesso libero o riservato, è verificabile tramite il link del DOI nel box sotto se disponibile.

Abstract

Una fase chiave nella formazione dei sistemi planetari è il collasso di una nube di gas e polveri in un disco protoplanetario. Non è stato chiaro quali forze abbiano trasformato il disco nella configurazione finale di una stella massiccia centrale circondata da pianeti. In particolare, è stato ipotizzato che nelle primissime fasi dell’evoluzione del disco la gravità e/o il magnetismo abbiano giocato un ruolo centrale. In questo studio presentiamo ricerche sulla magnetizzazione residua in inclusioni ricche di calcio e alluminio, i più antichi solidi conosciuti del sistema solare. Abbiamo scoperto che queste inclusioni registrano antichi campi magnetici con intensità superiori a quella terrestre attuale. Ciò supporta l’ipotesi che il magnetismo abbia giocato un ruolo chiave nel guidare il trasporto di massa nel disco protoplanetario primordiale.

Si ritiene che la fase iniziale della formazione planetaria avvenga in un disco protoplanetario (PPD) nascente, in fase di accrescimento sulla protostella immersa in un involucro in caduta. Questa fase è probabilmente accompagnata dalla formazione di solidi ad alta temperatura di condensazione, simili alle inclusioni ricche di calcio e alluminio (CAI), i più antichi solidi conosciuti del sistema solare. Tuttavia, non è noto se il magnetismo e/o la gravità abbiano guidato in modo predominante l’accrescimento nelle fasi evolutive più giovani dei PPD e della nebulosa solare. In questo studio presentiamo misurazioni paleomagnetiche di CAI che indicano la presenza di un campo magnetico nebulare di circa 150-600 μT. Questa intensità è coerente con l’ipotesi che i campi magnetici abbiano svolto un ruolo chiave nel guidare l’accrescimento del disco, riscaldando al contempo la parte più interna del disco fino a 103 K nelle primissime fasi della formazione del sistema solare.

 

Dettagli della Pubblicazione

Cauê S. Borlina, Benjamin P. Weiss, Xue-Ning Bai, Po-Yen Tung, Richard J. Harrison, Elias N. Mansbach, Nilanjan Chatterjee, François L. H. Tissot, Kevin D. McKeegan. Paleomagnetic evidence for a nebular magnetic field from calcium-aluminum-rich inclusions. Proceedings of the National Academy of Sciences, 2026; 123 (36) DOI: 10.1073/PNAS.2521660123

 

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