
L’universo si sta espandendo, ma la scienza si trova di fronte a un enigma monumentale: i due principali metodi per misurare il tasso di espansione danno risultati inconciliabili. Questo rompicapo, noto tra gli astrofisici come tensione di Hubble, rappresenta una delle sfide più stimolanti della cosmologia moderna. Una nuova ricerca scientifica, pubblicata sulla rivista Nature Astronomy, suggerisce tuttavia una soluzione sorprendente: debolissimi campi magnetici nati negli primissimi istanti dopo il Big Bang potrebbero essere l’ingrediente mancante per far tornare i conti.
Il mistero della costante di Hubble
La costante di Hubble è il numero che descrive la velocità con cui le galassie si allontanano le une dalle altre a causa dell’espansione dello spazio. Per calcolare questo valore, la comunità scientifica utilizza principalmente due strade distinte:
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Il metodo indiretto (l’universo primordiale): si basa sullo studio della radiazione cosmica di fondo (CMB), ossia il bagliore fossile lasciato dal Big Bang. Misurando le minuscole variazioni di temperatura in questa luce antica tramite satelliti di precisione come Planck, i modelli teorici prevedono un valore di espansione pari a circa $67\text{ km/s/Mpc}$ (chilometri al secondo per megaparsec).
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Il metodo diretto (l’universo locale): misura la velocità reale con cui si allontanano le galassie a noi più vicine. Questo approccio sfrutta le supernove di tipo Ia e le stelle Cefeidi come candele standard per calcolare le distanze astronomiche. Le osservazioni condotte con i telescopi spaziali Hubble e James Webb indicano un valore nettamente più alto, pari a circa $73\text{ km/s/Mpc}$.
La differenza tra 67 e 73 non è un semplice margine d’errore trascurabile. In termini statistici si tratta di una divergenza profonda: se entrambe le misurazioni sono corrette, significa che il modello cosmologico standard ignora un fenomeno fisico fondamentale.
Cosa sono e da dove nascono i campi magnetici cosmici
Il magnetismo è una forza pervasiva nell’universo. I pianeti come la Terra generano un proprio campo magnetico grazie ai movimenti del nucleo metallico liquido, e anche le stelle possiedono complessi sistemi magnetici. Le difficoltà di comprensione emergono quando gli astronomi osservano strutture magnetiche enormi, estese per milioni di anni luce, che pervadono intere galassie, ammassi galattici e persino i vasti vuoti cosmici.
Una delle teorie più affascinanti sostiene che questi giganteschi campi magnetici abbiano un’origine primordiale, cioè siano nati nell’universo primordiale, ben prima della formazione delle prime stelle e galassie. Studiare queste tracce magnetiche ancestrali permette di esplorare condizioni fisiche estreme e ad altissima energia, del tutto inarrivabili nei laboratori terrestri.
Il ruolo chiave durante la fase di ricombinazione
Come possono questi campi magnetici influenzare la nostra stima sull’espansione dell’universo? La chiave di tutto risiede in un evento fondamentale avvenuto circa 380.000 anni dopo il Big Bang: la ricombinazione.
Durante i primi istanti di vita, l’universo era una zuppa densa, calda e opaca di elettroni e protoni liberi. Con il progressivo raffreddamento, le particelle cariche si sono unite per formare i primi atomi di idrogeno neutro, rendendo lo spazio improvvisamente trasparente alla luce. Quella primissima luce svincolata è giunta fino a noi sotto forma di radiazione cosmica di fondo.
L’inserimento dei campi magnetici primordiali in questo scenario modifica il processo:
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I campi magnetici esercitano una forza d’attrazione e spinta sulle particelle cariche (elettroni e protoni).
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Questo movimento genera microscopiche disomogeneità nella materia, rendendola leggermente più grumosa.
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Nelle zone a maggiore densità di particelle, l’incontro tra elettroni e protoni avviene più rapidamente, accelerando la formazione dell’idrogeno.
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Un’anticipazione o variazione del momento esatto della ricombinazione altera la scala geometrica dei pattern visibili nella radiazione di fondo.
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Modificando questo righello cosmico naturale usato per calcolare le distanze nell’universo antico, il valore della costante di Hubble ricavato dai dati della radiazione cosmica di fondo si alza, avvicinandosi al valore di $73\text{ km/s/Mpc}$ e riducendo significativamente la tensione di Hubble.
La svolta grazie alle simulazioni tridimensionali
Nel nuovo studio scientifico pubblicatosi recentemente, i ricercatori hanno compiuto un passo avanti decisivo testando questa ipotesi in modo rigoroso. Per la prima volta sono state realizzate simulazioni tridimensionali ad altissima risoluzione del plasma primordiale, integrando al loro interno l’azione dei campi magnetici e tracciando l’esatta dinamica della formazione dell’idrogeno.
I dati ottenuti dalle simulazioni sono stati poi confrontati direttamente con le misurazioni reali della radiazione cosmica di fondo a microonde. I risultati hanno confermato la solidità della teoria:
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La radiazione di fondo è estremamente sensibile a qualsiasi cambiamento nella ricombinazione; se l’ipotesi fosse stata errata, l’incoerenza con le osservazioni la avrebbe smentita immediatamente.
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L’analisi dei diversi set di dati astronomici mostra una preferenza costante per la presenza di campi magnetici primordiali, con una rilevanza statistica compresa tra 1,5 e 3 deviazioni standard.
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L’intensità dei campi magnetici calcolata dai modelli, pari a circa 5-10 pico-gauss attuali, coincide perfettamente con il livello necessario per spiegare la nascita dei campi magnetici osservati oggi nelle galassie e negli ammassi.
Nuove prospettive per la cosmologia del futuro
Sebbene non si tratti ancora di una scoperta definitiva, la corrispondenza riscontrata offre un indizio di primaria importanza per la fisica fondamentale. Se l’esistenza di questi piccolissimi campi magnetici venisse confermata dai futuri telescopi, gli astrofisici disporrebbero di un nuovo strumento per analizzare l’universo quando aveva solo una frazione di secondo di vita, spalancando una finestra diretta sui processi fisici avvenuti durante il Big Bang.
I prossimi anni e le nuove missioni osservative stabiliranno se queste forze magnetiche infinitesimali nate agli albori del cosmo abbiano davvero plasmato la struttura dell’universo e custodiscano la chiave definitiva per risolvere il mistero della tensione di Hubble.
Traduzione abstract. La disponibilità dello studio completo, in accesso libero o riservato, è verificabile tramite il link del DOI nel box sotto se disponibile.
Abstract
I campi magnetici primordiali (PMF), studiati a lungo come reliquie dell’Universo primordiale, accelerano la ricombinazione e sono stati proposti come un modo per alleviare la tensione di Hubble. Tuttavia, gli studi precedenti si basavano su modelli semplificati. Qui utilizziamo recenti valutazioni della ricombinazione con PMF, che incorporano simulazioni magnetoidrodinamiche complete e un trasferimento radiativo Lyman-α dettagliato, per testare la ricombinazione potenziata da PMF (bΛCDM) rispetto ai dati osservativi per la radiazione cosmica di fondo a microonde, le oscillazioni acustiche barioniche e le supernove di tipo Ia. Concentrandoci su PMF non elicoidali con uno spettro di Batchelor, troviamo una preferenza per le attuali intensità di campo totale di circa 5-10 pG. A seconda della combinazione del set di dati, questa preferenza varia da lieve (~1,8 σ con Planck+DESI) a moderata (~3 σ con Planck+DESI+supernove calibrate SH0ES). Il bΛCDM ha Planck+DESI χ 2 valori pari o migliori di quelli per ΛCDM, pur prevedendo una costante di Hubble più elevata. Future misurazioni ad alta risoluzione della temperatura e della polarizzazione del fondo cosmico a microonde saranno cruciali per confermare o vincolare ulteriormente i campi magnetici primordiali alla ricombinazione. Intensità di campo di 5-10 pG si allineano strettamente con quelle richieste affinché i campi magnetici degli ammassi abbiano origine interamente da sorgenti primordiali, senza la necessità di un’amplificazione dinamo aggiuntiva.
Karsten Jedamzik, Levon Pogosian, Tom Abel. Hints of primordial magnetic fields at recombination and implications for the Hubble tension. Nature Astronomy, 2025; 10 (2): 317 DOI: 10.1038/s41550-025-02737-x
