
Con l’avanzare del cambiamento climatico globalizzato, l’aumento delle temperature e la crescente frequenza delle ondate di calore non rappresentano soltanto un disagio estivo per l’essere umano, ma costituiscono una vera e propria minaccia per la sopravvivenza della vegetazione planetaria e per la sicurezza delle nostre forniture alimentari. Le piante, infatti, si trovano oggi ad affrontare sfide biologiche senza precedenti per rimanere in vita e continuare a produrre i frutti, i cereali e gli ortaggi di cui ci nutriamo ogni giorno.
Recentemente, uno studio scientifico di fondamentale importanza pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale Nature Plants ha gettato nuova luce su questo tema. La ricerca — condotta da un team di scienziati del VIB (Istituto Fiammingo di Biotecnologia), dell’Università di Gand e della KU Leuven, in collaborazione con partner internazionali — ha scoperto un vero e proprio meccanismo evolutivo che consente alle piante di regolare la propria temperatura interna. Questa scoperta non solo risponde a domande biologiche rimaste irrisolte per decenni, ma apre le porte alla creazione di colture agricole in grado di resistere al riscaldamento globale.
Come le piante combattono il calore: la sudorazione vegetale
Per comprendere la portata di questa scoperta, è utile fare un paragone con il corpo umano. Quando noi abbiamo caldo, il nostro cervello invia un segnale alle ghiandole sudoripare: il sudore emesso evapora sulla pelle, sottraendo calore e raffreddando il corpo. Gli animali, inoltre, possono cercare un luogo all’ombra o ripararsi in un ruscello.
Le piante, per loro natura radicate al terreno, non possono spostarsi in cerca di ombra. Devono quindi fare affidamento esclusivo su meccanismi di difesa interni. Il loro sistema di raffreddamento principale si basa sugli stomi: minuscoli pori microscopici situati sulla superficie delle foglie.
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Quando la temperatura sale, la pianta può scegliere di aprire gli stomi.
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Aprire gli stomi permette all’acqua presente all’interno dei tessuti vegetali di evaporare nell’aria.
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Questo processo di traspirazione sbarazza la foglia dal calore in eccesso, abbassandone la temperatura in modo del tutto analogo alla nostra sudorazione.
Tuttavia, fino ad oggi non era chiaro quale fosse il “pulsante molecolare” a livello cellulare capace di dire alla pianta di mantenere aperti questi pori proprio nel momento del picco di calore.
La proteina UBP24: l’interruttore molecolare del raffreddamento
Guidati dai professori Ive De Smet, Kevin Verstrepen e Kris Gevaert, i ricercatori hanno identificato una via metabolica precedentemente sconosciuta. Al centro di questo sofisticato ingranaggio c’è una proteina chiamata UBP24.
Il funzionamento di questo meccanismo può essere riassunto in pochi passaggi fondamentali:
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Percezione dello stress termico: Quando l’ambiente circostante raggiunge temperature elevate, all’interno delle cellule vegetali si innesca una specifica modificazione chimica.
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Stabilizzazione della proteina: Questa modificazione agisce come una scudo protettivo che rende la proteina UBP24 stabile, impedendone la degradazione prematura.
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Mantenimento dei pori aperti: UBP24, una volta stabilizzata, protegge a sua volta un catena di altre proteine cellulari che svolgono il lavoro pratico: tenere spalancati gli stomi per far evaporare l’acqua e raffreddare la foglia.
Senza questo preciso segnale molecolare, la pianta non riuscirebbe a sostenere la traspirazione necessaria, rischiando il surriscaldamento cellulare e la conseguente morte dei tessuti vegetali.
Un’eredità evolutiva condivisa tra piante e lieviti
L’aspetto forse più affascinante di questa ricerca risiede nella sua dimensione evolutiva. Confrontando la struttura della proteina UBP24 in decine di specie vegetali differenti, il team ha notato un dettaglio straordinario: l’interruttore molecolare che permette alla proteina di reagire al calore è comparsa nelle piante vascolari nello stesso periodo storico-evolutivo in cui queste ultime hanno sviluppato la capacità di controllare attivamente l’apertura e la chiusura degli stomi. Si tratta di una convergenza evolutiva perfetta: la natura ha sviluppato simultaneamente la struttura fisica (gli stomi) e il software biologico per gestirla (la proteina UBP24).
Ma la sorpresa non finisce qui. Come evidenziato dalla prima autrice dello studio, la dottoressa Shao-Li Yang, i ricercatori hanno scoperto una proteina quasi identica che svolge la stessa funzione protettiva nei lieviti (organismi unicellulari del tutto privi di foglie o stomi).
Questo dimostra che il meccanismo basato su UBP24 è una soluzione biologica antichissima, affinata dalla natura centinaia di milioni di anni fa e conservata nel tempo perché straordinariamente efficace nel preservare la vita cellulare durante lo stress da calore.
Verso un’agricoltura a prova di futuro: considerazioni sul domani
La scoperta del team belga è un esempio perfetto di come la ricerca di base possa trasformarsi nel pilastro per applicazioni pratiche in grado di cambiare il mondo. Oggi ci troviamo di fronte a un dilemma epocale: la popolazione mondiale continua a crescere, ma la superficie di terreno coltivabile si riduce e i raccolti tradizionali soffrono sempre più a causa di periodi prolungati di siccità e calore estremo.
Capire nel dettaglio come la natura ha risolto il problema del raffreddamento ci fornisce la mappa per selezionare e sviluppare colture più resistenti. Non si tratta necessariamente di manipolare la natura in modo invasivo, ma di utilizzare queste conoscenze per identificare le varietà agricole che possiedono una versione naturale particolarmente efficiente della proteina UBP24 o di stimolarne l’espressione nei momenti critici dell’anno.
Immaginare il futuro dell’agricoltura senza il contributo della biologia molecolare è ormai impossibile. Se vogliamo garantire che grano, riso, mais e ortaggi continuino a riempire i nostri mercati nei prossimi decenni, dobbiamo imparare dalle piante e dotarle — attraverso la scienza — degli strumenti necessari per resistere in un mondo sempre più caldo. La scoperta della proteina UBP24 rappresenta un passo avanti gigantesco e ci ricorda che la chiave per il nostro futuro risiede spesso nella comprensione dei segreti più intimi della vita cellulare.
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L’evoluzione delle proteine è plasmata dalla variazione di sequenza che modula le proprietà proteiche, ad esempio attraverso l’acquisizione o la perdita di modificazioni post-traduzionali. Tra queste, la fosforilazione reversibile altera la carica elettrica complessiva di una proteina e consente agli organismi di rispondere dinamicamente alle fluttuazioni ambientali. Nelle piante, l’apertura idroattiva degli stomi, pori microscopici che regolano lo scambio gassoso e la temperatura fogliare, è governata da una segnalazione dipendente dalla fosforilazione. Qui identifichiamo un meccanismo che coinvolge la deubiquitinasi UBIQUITIN-SPECIFIC PROTEASE 24 (UBP24) che promuove l’apertura degli stomi in Arabidopsis thaliana in condizioni di calore. UBP24 viene fosforilata sulla serina 360 dalla chinasi OPEN STOMATA 1, che viene attivata dalle chinasi B4 RAF in risposta allo stress termico. Questa fosforilazione stabilizza UBP24, consentendo la deubiquitinazione di un H della membrana plasmatica + -ATPasi per promuovere l’apertura degli stomi. Ciò rivela una via di segnalazione termosensibile evolutasi nelle piante vascolari per regolare la funzione stomatica. Sorprendentemente, una caratteristica evolutiva simile esiste in Saccharomyces cerevisiae , dove l’omologo di UBP24, Ubp3, richiede un residuo costitutivamente carico negativamente nel sito omologo per supportare la crescita dopo uno shock termico. I nostri risultati svelano un meccanismo molecolare conservato in cui la carica negativa, tramite fosforilazione o residui acidi, modula la funzione della deubiquitinasi, supportando le risposte termiche adattative nelle piante e nei lieviti ed evidenziando come la regolazione basata sulla carica promuova la resilienza cellulare in condizioni di stress.
Shao-Li Yang et al, Evolutionary tuning of the molecular charge state of UBP24 shapes responses to high temperature, Nature Plants (2026). DOI: 10.1038/s41477-026-02345-1
