Figura 1. Opere d'arte analizzate.
Opere d'arte analizzate in questo studio, con il relativo museo di provenienza (M: Medelhavsmuseet; BM: British Museum; NCG: Ny Carlsberg Glyptotek) e numero di inventario, categorizzate per tipologia di supporto: ( A ) bare di legno (coperchio e cassa) e frammenti di bare, ( B ) frammenti di affreschi (fango e supporto in gesso), ( C ) busto di mummia e cartonnage (gesso dipinto) e ( D ) capitello di colonna e frammento di rilievo (calcare dipinto). Ulteriori dettagli su ciascuna opera d'arte, insieme ai punti di campionamento, sono forniti nelle figure da S1 a S14. Crediti fotografici: Medelhavsmuseet, © The Trustees of The British Museum e Ny Carlsberg Glyptotek.
Figura 1. Opere d’arte analizzate.
Opere d’arte analizzate in questo studio, con il relativo museo di provenienza (M: Medelhavsmuseet; BM: British Museum; NCG: Ny Carlsberg Glyptotek) e numero di inventario, categorizzate per tipologia di supporto: ( A ) bare di legno (coperchio e cassa) e frammenti di bare, ( B ) frammenti di affreschi (fango e supporto in gesso), ( C ) busto di mummia e cartonnage (gesso dipinto) e ( D ) capitello di colonna e frammento di rilievo (calcare dipinto). Ulteriori dettagli su ciascuna opera d’arte, insieme ai punti di campionamento, sono forniti nelle figure da S1 a S14. Crediti fotografici: Medelhavsmuseet, © The Trustees of The British Museum e Ny Carlsberg Glyptotek.

Gli affreschi vivaci che decorano le tombe dei faraoni, i dettagli meticolosi incisi sui sarcofagi in legno e la grazia dei bassorilievi in pietra calcarea continuano a stupire il mondo per un motivo straordinario: la loro incredibile capacità di resistere al tempo. A distanza di millenni, le superfici dipinte dell’antico Egitto mantengono una brillantezza cromatica che sfida le leggi del degrado naturale.

Se da un lato la natura chimica dei pigmenti minerali (come il celebre blu egiziano o le ocre) era in gran parte nota, dall’altro il vero mistero risiedeva nei leganti e negli adesivi organici: le sostanze “invisibili” che permettavano al colore di aderire ai supporti e di mantenersi compatto attraverso i secoli. Un nuovo ed illuminante studio scientifico pubblicato sulla prestigiosa rivista Science Advances ha finalmente spalancato le porte sui laboratori degli antichi artisti egizi, rivelando un livello di sofisticazione tecnologica e simbolica mai ipotizzato prima.

Nota del Redattore

La proteomica è la scienza che studia su larga scala tutte le proteine prodotte da una cellula, un tessuto o un organismo in un dato momento.

Cos’è il proteoma

  • Il set di proteine: Si chiama proteoma l’insieme completo delle proteine presenti in un sistema biologico.
  • Una mappa dinamica: A differenza del genoma (il DNA, che resta quasi sempre uguale), il proteoma cambia continuamente.
  • Le funzioni: Le proteine sono le molecole che svolgono quasi tutte le azioni pratiche dentro il corpo.

Come si studia

  • Spettrometria di massa: È la tecnica principale usata in laboratorio. Serve a “pesare” e identificare le molecole proteiche con grande precisione.
  • Bioinformatica: Usa potenti programmi per analizzare la grande quantità di dati raccolti e confrontarli con i database genetici.

A cosa serve

  • Capire le malattie: Aiuta a scoprire quali proteine cambiano quando una persona si ammala, per esempio nei tumori.
  • Diagnosi precoce: Permette di trovare tracce di malattie nel sangue prima che compaiano i sintomi evidenti.
  • Nuove cure: Aiuta a creare medicinali mirati che bloccano le proteine malate.

 

1. Oltre la Semplice Pittura: La Rivoluzione della Paleoproteomica

Fino a poco tempo fa, l’analisi delle sostanze organiche degradate presenti nelle opere d’arte antiche rappresentava una sfida quasi insormontabile. Molti composti organici tendono infatti a scomporsi con il calore, l’umidità e il passare del tempo.

Per superare questo limite, un team internazionale composto da archeologi, restauratori e storici ha impiegato la paleoproteomica, una disciplina all’avanguardia basata sulla spettrometria di massa.

Attraverso il prelievo di 28 minuscoli campioni fisici prelevati da 14 capolavori dipinti (databili tra il 1425 a.C. e il 400 d.C. e conservati in tre importanti musei europei), i ricercatori hanno potuto isolare le “impronte digitali” proteiche rimaste intrappolate nella materia. Questa tecnica ha permesso di identificare con estrema precisione l’origine biologica esatta degli ingredienti presenti nei leganti, sia di natura animale che vegetale.

2. Colle Animali: Una Ricetta Ricca e Diversificata

Fino ad oggi si riteneva che gli egizi facessero uso quasi esclusivo di colla animale ricavata dalla bollitura delle ossa, principalmente di origine bovina. I risultati proteomici hanno stravolto questo quadro teorico:

  • Varietà di specie: Oltre al bue (collagene bovino), diffuso nella maggior parte dei campioni, sono state individuate proteina riconducibili a pecore, capre, asini, cavalli e perfino antilopi selvatiche.

  • Tessuti scelti con cura: Le evidenze indicano che la colla non veniva estratta semplicemente dalle ossa di scarto, ma prodotta deliberatamente lavorando le pelli e i tessuti connettivi degli animali, garantendo una tenuta adesiva ed una flessibilità notevolmente superiori.

3. La Sorpresa Vegetale: Sesamo e Moringa tra i Pigmenti

La vera e propria rivelazione dello studio risiede però nell’inattesa presenza di proteine vegetali. Nei campioni analizzati sono stati identificati residui proteici riconducibili al sesamo (Sesamum indicum) e alla moringa (Moringa oleifera), ingredienti mai documentati in precedenza all’interno dei leganti pittorici dell’antico Egitto.

Il mistero dell’olio… senza l’olio

Sapendo che sia il sesamo che la moringa sono celebri per la produzione di oli, i ricercatori hanno integrato la proteomica con ulteriori analisi chimiche avanzate:

  1. FTIR (Spettroscopia infrarossa a trasformata di Fourier)

  2. Py-GC-MS (Pirolisi-cromatografia gassosa-spettrometria di massa)

Questi test aggiuntivi hanno rivelato un dato sorprendente: il materiale analizzato era ricchissimo di proteine ma con tracce minime di sostanza grassa. Ciò dimostra che gli artisti non stavano impiegando oli vegetali puri (che avrebbero rallentato l’asciugatura della pittura o alterato i pigmenti), ma utilizzavano la sansa di semi. La sansa è il residuo solido e proteico ottenuto dall’estrazione dell’olio: un perfetto sottoprodotto di scarto industriale sapientemente riciclato come addensante e legante.

4. Considerazioni Personali: L’Artigiano tra Scienza, Economia Circolare e Sacro

Analizzando questi dati, emergono alcune riflessioni profonde che cambiano il modo in cui guardiamo all’arte antica:

  • Una straordinaria “Economia Circolare” ante litteram: È affascinante notare come gli artigiani egizi applicassero un riuso intelligente delle risorse. Usare la sansa dei semi – scarto della spremitura per la produzione di cosmetici o alimenti – dimostra una profonda conoscenza empirica della chimica dei materiali. Nulla andava sprecato: la materia veniva trasformata in risorsa duratura per servire l’eternità.

  • Intenzionalità e Simbolismo del Gesto: Non dobbiamo commettere l’errore di considerare queste ricette unicamente il frutto di convenienza pratica. Nell’antico Egitto la lavorazione artistica era permeata di significato religioso. L’albero di moringa, ad esempio, era storicamente legato al dio Ptah, divinità patrona degli artigiani e dei creatori, talvolta invocato proprio come “Ptah che sta sotto il suo albero di Moringa”. Incorporare sottoprodotti della moringa nel colore non era dunque solo un gesto tecnico, ma poteva rappresentare un atto sacrale, una vera e propria devozione rituale intesa a proteggere l’opera e l’artista stesso.

  • Un Ponte verso il Restauro Moderno: Riconoscere l’esatta composizione organica di un reperto è fondamentale per chi oggi si occupa della sua tutela. Sapere che un dipinto murale o un sarcofago contiene tracce di colle miste ed estratti vegetali consente ai restauratori contemporanei di progettare interventi conservativi mirati, evitando solventi o colle sintetiche che potrebbero reagire negativamente con i materiali originali.

Conclusioni

Lo studio pubblicato su Science Advances ci regala una lezione di profonda umiltà e meraviglia. L’arte dell’antico Egitto non era frutto di improvvisazione o di formule elementari, ma il risultato di un sapiente connubio tra chimica empirica, sostenibilità e devozione spirituale. Attraverso la paleoproteomica, la scienza moderna restituisce finalmente voce e dignità al lavoro silenzioso degli antichi maestri, le cui mani hanno saputo impastare la materia terrena per consegnarla intatta all’immortalità.

“Traduzione dell’abstract. La disponibilità dello studio completo, in accesso libero o riservato, è verificabile tramite il link al DOI originale.”

Abstract

Nonostante la ricchezza di opere d’arte dell’antico Egitto conservate in collezioni di tutto il mondo, il numero di studi analitici sui materiali organici utilizzati in pitture e adesivi è limitato, soprattutto perché spesso sono necessari microcampioni. In questo studio, abbiamo utilizzato la proteomica basata sulla spettrometria di massa per identificare con certezza le specie e i tessuti di origine dei materiali proteici in manufatti dipinti dell’antico Egitto provenienti da diverse collezioni, databili tra il 1425 a.C. e il 400 d.C. La proteomica ha confermato l’uso di colla preparata con il collagene di diversi animali e ha rivelato la presenza di proteine ​​vegetali, tra cui prodotti a base di sesamo e moringa, precedentemente non documentati nelle opere d’arte dell’antico Egitto. Ciò stimola ulteriori discussioni sull’origine di questi materiali, sul loro significato simbolico e religioso in relazione alle divinità e sul loro valore nei contesti artistici, culturali ed economici dell’antico Egitto. Il nostro studio dimostra che la combinazione dei risultati della paleoproteomica con altri metodi analitici, evidenze archeologiche e fonti testuali fa luce su materiali organici, sia convenzionali che meno noti, presenti nelle opere d’arte dipinte dell’antico Egitto.

Approfondimenti

Clara Granzotto et al, Beyond animal glue: Paleoproteomic analysis of paint binders and adhesives in ancient Egypt, Science Advances (2026). DOI: 10.1126/sciadv.ady3618

 

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