
Se potessimo viaggiare indietro nel tempo di qualche milione di anni, ci ritroveremmo in un mondo popolato da creature affascinanti e ricche di sfumature: gli antenati comuni da cui si sono poi separati, da un lato, gli scimpanzé e le grandi scimmie africane, e dall’altro la linea evolutiva che ha portato all’essere umano. Per decenni, una delle domande più accese e dibattute della paleoantropologia è stata: come si muoveva davvero l’antenato comune tra uomo e scimpanzé? Era una creatura che passava il tempo ad arrampicarsi sui tronchi verticali degli alberi con la flessibilità tipica delle scimmie antropomorfe, o camminava sopra i rami a quattro zampe con un corpo e un piede più simili a quelli delle scimmie inferiori (i cercopitechi)?
Un recente e illuminante studio scientifico pubblicato sulla prestigiosa rivista PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences) porta una nuova ed entusiasmante risposta a questo dilemma. Esaminando la biomeccanica di una scimmia africana nel suo habitat naturale, i ricercatori hanno scoperto un fenomeno straordinario di convergenza cinematica che ridefinisce completamente la nostra comprensione di come i nostri antenati conquistavano le altezze della foresta.
Il grande dilemma paleoantropologico: piede da antropomorfa o piede da scimmia?
Per comprendere la portata di questa scoperta, occorre fare un passo indietro e analizzare le due teorie scientifiche che si si sono affrontate negli ultimi anni:
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Il modello “Scimmia Antropomorfa”: sostiene che l’antenato comune possedesse un piede molto simile a quello degli attuali scimpanzé. Questo tipo di anatomia presenta un’articolazione della caviglia estremamente espansa e flessibile, capace di piegarsi a grandi angoli (oltre i 45 gradi) per permettere all’animale di arrampicarsi verticalmente sui tronchi d’albero in totale sicurezza.
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Il modello “Cercopiteco (Scimmia del Vecchio Mondo)”: basandosi su fossili chiave come quelli di Ardipithecus ramidus, diversi studiosi hanno ipotizzato che il piede dell’antenato comune fosse in realtà più rigido e simile a quello dei cercopitechi. Secondo questa visione, una struttura del genere avrebbe reso l’arrampicata verticale su tronchi dritti quasi impossibile o troppo pericolosa, limitando i movimenti dell’animale alla camminata a quattro zampe sulla parte superiore dei rami.
Il presupposto di base del secondo modello era semplice: senza una caviglia ultra-snodabile da scimpanzé, un primate non può arrampicarsi verticalmente in modo sicuro. Ma è davvero così?
La svolta nella foresta di Taï: il segreto del cercocebo dal berretto
Per verificare sul campo se un piede “da scimmia” escluda davvero l’arrampicata verticale, i ricercatori Luke D. Fannin, Carmen Pape e W. Scott McGraw si sono recati nella foresta di Taï, in Costa d’Avorio. Qui hanno studiato da vicino il cercocebo dal berretto (Cercocebus atys), una scimmia appartenente alla famiglia dei cercopitechi che trascorre molto tempo a terra a cercare cibo, ma che si arrampica costantemente e con grande agilità sui tronchi verticali degli alberi.
Utilizzando videocamere ad alta precisione e analisi biomeccaniche approfondite, gli scienziati hanno misurato gli angoli di piegamento delle articolazioni del piede di queste scimmie mentre salivano sui tronchi. I risultati sono stati sorprendenti:
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La caviglia: la caviglia del cercocebo ha mostrato una flessibilità limitata (un’inclinazione o dorsiflessione massima di soli 23 gradi), esattamente come previsto per le scimmie del suo gruppo.
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Il centro del piede (metatarso): in modo del tutto inaspettato, il cercocebo ha compensato la rigidità della caviglia piegando in modo eccezionale il centro del piede. La flessibilità del mesopiede ha raggiunto una dorsiflessione media di ben 45,7 gradi.
In termini di fisica e biomeccanica, bendare il centro del piede di 46 gradi produce lo stesso identico effetto pratico che lo scimpanzé ottiene piegando la caviglia: avvicina il centro di gravità del corpo alla superficie del tronco. Questo azzera la forza di gravità che tenderebbe a tirare l’animale all’indietro, prevenendo cadute rovinose e garantendo un’arrampicata efficiente e sicura.
Convergenza evolutiva: la natura trova sempre una strada
Questa scoperta rappresenta un classico e brillante esempio di convergenza cinematica (o biomeccanica). In biologia, la convergenza si verifica quando specie diverse, messe di fronte alla stessa sfida ambientale, sviluppano soluzioni funzionali simili partendo da strutture anatomiche differenti.
La sfida ambientale, in questo caso, è la gravità: rimanere attaccati a un tronco verticale senza scivolare o cadere.
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Gli scimpanzé hanno risolto il problema evolvendo una caviglia iper-flessibile.
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I cercocebi hanno risolto lo stesso problema sfruttando la flessibilità del mesopiede (il cosiddetto “snodo del mesopiede”).
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Gli esseri umani moderni della tribù dei Twa (cacciatori-raccoglitori delle foreste pluviali che si arrampicano sugli alberi per raccogliere il miele) riescono a raggiungere angoli di piegamento elevati grazie a muscoli del polpaccio eccezionalmente lunghi e flessibili.
Tre strade anatomiche diverse per ottenere il medesimo risultato cinematico: arrampicarsi in sicurezza.
Considerazioni personali: l’arroganza dei nostri modelli e la bellezza della complessità evolutiva
L’esito di questo studio offre lo spunto per alcune importanti considerazioni filosofiche e metodologiche sul modo in cui ricostruiamo la storia della vita sulla Terra.
Troppo spesso, nella paleontologia e nella biologia evolutiva, si cade nella trappola del determinismo anatomico rigido: l’idea ingenua che una singola forma ossea debba per forza corrispondere a un unico e rigoroso comportamento. Se trovi una caviglia squadrata, deduci che l’animale non poteva arrampicarsi; se trovi un alluce opponibile, deduca che viveva solo sugli alberi. Questo studio ci ricorda con forza che la natura è immensamente più creativa delle nostre schematizzazioni da laboratorio.
L’evoluzione non lavora come un ingegnere che progetta un macchinario da zero seguendo un unico manuale d’istruzioni; l’evoluzione è un bricoleur che adatta ciò che ha a disposizione. Il fatto che un cercocebo riesca a scalare un albero imponente arrivando agli stessi angoli d’inclinazione di uno scimpanzé — semplicemente piegando un punto diverso del piede — dimostra che il comportamento e la funzione possono aggirare i limiti della sola forma ossea.
Questa scoperta “libera” il nostro antenato comune da una gabbia concettuale. Non dobbiamo più immaginarlo costretto a terra o bloccato sui rami orizzontali solo perché il suo piede assomigliava di più a quello di una scimmia che a quello di uno scimpanzé. L’arrampicata verticale era perfettamente alla sua portata.
La storia dell’evoluzione umana non è una linea dritta che va dalla scimmia “imperfetta” all’uomo “perfetto”, ma un mosaico di soluzioni biomeccaniche affascinanti. Riconoscere che esistevano modi alternativi per essere efficienti nella foresta primordiale ci restituisce un’immagine del passato molto più dinamica, elastica e ricca di vita.
Traduzione dell’abstract. La disponibilità dello studio completo, in accesso libero o riservato, è verificabile tramite il link al DOI originale.
Abstract
I recenti dibattiti sull’arboricoltura dei primi ominidi si concentrano sull’interpretazione delle ossa del piede fossilizzate, considerate morfologicamente simili a quelle delle “scimmie antropomorfe africane” o delle “scimmie comuni”. Queste interpretazioni contrastanti alimentano ricostruzioni locomotorie alternative dell’ultimo antenato comune di scimpanzé e umani (LCA), comprese le divergenze sulla prevalenza di comportamenti di arrampicata verticale. Tuttavia, non è ancora chiaro se possedere un piede simile a quello di una scimmia o di una scimmia comune influisca sulla sicurezza e sull’efficienza dell’arrampicata, in parte perché esistono pochi dati cinematici sui cercopitecoidi che si muovono nei loro habitat naturali. In questo studio, presentiamo dati cinematici dettagliati sui piedi di un cercopitecoide ( Cercocebus atys ; mangabey fuligginoso) in natura, un animale che si arrampicava con grande efficacia in verticale. Dimostriamo che i mangabei fuligginosi presentano un grado straordinario di dorsiflessione del mesopiede (~46°) durante le arrampicate verticali, un valore quasi indistinguibile in magnitudine dalla dorsiflessione della caviglia degli scimpanzé e leggermente superiore alla dorsiflessione della caviglia dei cacciatori-raccoglitori della foresta pluviale che si arrampicano. Questo risultato suggerisce che, indipendentemente dalla morfologia generale del piede, le sfide fisiche poste dai movimenti verticali hanno prodotto una convergenza cinematica nella biomeccanica del piede dei primati per migliorare la sicurezza nell’arrampicata. Anche se l’ultimo antenato comune avesse mantenuto un piede più simile a quello delle scimmie rispetto agli ominidi successivi, i nostri risultati suggeriscono che l’arrampicata verticale sarebbe comunque una componente plausibile del suo repertorio locomotorio.
Luke D. Fannin, Carmen Pape, W. Scott McGraw. A kinematic convergence in ape and monkey vertical climbing informs debates on early hominin arborealism. Proceedings of the National Academy of Sciences, 2026; 123 (35) DOI: 10.1073/pnas.2608183123
