
Una scoperta scientifica straordinaria e al tempo stesso drammatica sta ridefinendo le basi scientifiche e storiche dell’Australia. Per quasi un secolo, studiosi, storici e istituzioni hanno ritenuto che la popolazione aborigena continentale al momento dell’arrivo della Prima Flotta britannica nel 1788 fosse composta da un numero limitato di persone, stimato tradizionalmente intorno ai 250.000 individui. Un nuovo e ambizioso studio nazionale pubblicato sulla celebre rivista Nature Human Behaviour smentisce radicalmente questa visione.
Grazie all’integrazione di modelli informatici all’avanguardia, genetico-molecolari e dati archeologico-ambientali, il team di ricerca ha calcolato che prima della colonizzazione la popolazione indigena contasse una mediana di 2,22 milioni di abitanti. Questa stima rappresenta un valore fino a sette volte superiore rispetto alle valutazioni storiche più contenute, rivelando una presenza antropica diffusa, strutturata e integrata negli ecosistemi continentali.
I dati evidenziano anche la dimensione spaventosa del tracollo demografico verificatosi subito dopo il 1788: circa il 93% della popolazione è andato perduto nell’arco di soli 73 anni. La perdita stimata riguarda circa 2,06 milioni di vite umane in eccesso, una media drammatica di 28.200 decessi annui dovuti a epidemie virulente, violenze di frontiera e privazione sistemica delle risorse naturali e dei territori tradizionali.
Storia di una stima errata e la fine del mito storico
Per comprendere la portata di questo lavoro, occorre guardare indietro negli anni ’30 del Novecento, quando l’antropologo Alfred Radcliffe-Brown formulò la stima di circa 250.000 indigenti per l’intero continente. Per decenni, quella cifra è rimasta un punto di riferimento, venendo riportata nei libri di testo e nei manuali scolastici.
Tuttavia, lo stesso Radcliffe-Brown aveva ammesso i limiti metodologici della sua analisi: le sue rilevazioni si basavano su osservazioni tardive, eseguite decenni dopo che le prime drammatiche ondate epidemiche (come il vaiolo) e gli scontri di frontiera avevano già decimato le comunità locali prima che potesse essere effettuato un qualsiasi censimento ufficiale. Tentativi successivi di correzione avevano ipotizzato cifre da 750.000 a 1,1 milioni di persone, ma continuavano a fare perno primariamente su resoconti scritti d’epoca coloniale, per loro natura incompleti o distorti.
La nuova ricerca, guidata dal Professor Corey Bradshaw (Flinders University e Centro di Eccellenza ARC CIEHF) e dal Professor Associato Alan Williams (EMM Consulting e James Cook University), ha superato la dipendenza esclusiva dai testi coloniali. Gli studiosi si sono avvalsi di un approccio multidisciplinare e indipendente, incrociando i dati genetici moderni con la densità di reperti archeologici e la capacità portante degli habitat naturali dell’Australia.
Una presenza capillare sul territorio e una capacità di ripresa unica
La cifra mediana di 2,22 milioni di abitanti corrisponde a una densità abitativa media di circa 0,29 persone per chilometro quadrato. Benché possa sembrare un valore basso rispetto agli standard urbani moderni, esso riflette un’occupazione del territorio estremamente capillare ed equilibrata, in cui le comunità aborigene gestivano attivamente le risorse idriche e alimentari di ambienti spesso aridi o complessi.
Il calcolo della catastrofe demografica tra il 1788 e il 1861 dimostra che la popolazione si ridusse al 7% del suo livello precoloniale. Nonostante questa perdita immensa, la storia degli aborigeni australiani negli ultimi decenni è anche una storia di straordinaria resilienza e sopravvivenza.
A partire dagli anni ’50 del Novecento, la popolazione indigena ha ripreso a crescere in modo costante. Secondo i dati del censimento australiano del 2021, il popolo indigeno ha raggiunto circa il 37% dei livelli stima del 1788. Se questo ritmo di crescita demografica proseguirà costantemente, gli scienziati stimano che il totale dei residenti indigeni potrà tornare ai livelli precoloniali intorno al 2047.
Verità storica, trauma intergenerazionale e riconoscimento sociale
Come sottolineato dalla co-autrice dello studio, la Professoressa Emerita Lynette Russell (Monash University), comprendere la vastità della popolazione originaria è imprescindibile per elaborare il trauma intergenerazionale e il persistente svantaggio socio-economico sofferto da molte comunità. Riconoscere l’entità del depopolamento significa contestualmente mettere in luce l’esistenza di un privilegio intergenerazionale accumulato storicamente a scapito delle popolazioni native.
La Professoressa Emerita Larissa Behrendt AO, direttrice del comitato consultivo del CIEHF, ha rimarcato come questa ricerca costringa a riscrivere la storiografia nazionale. Non si parla più di un impatto marginale legato alla colonizzazione, bensì di un evento demografico catastrofico collocato al centro stesso della storia australiana.
Approfondimenti tecnici e metodologici del modello quantitativo
Per ricostruire in modo scientifico la struttura e le dimensioni della popolazione indigena prima e dopo il 1788, il team di ricerca ha sviluppato un quadro analitico integrato basato su cinque pilastri metodologici principali.
1. Modellistica eco-demografica e capacità portante (Carrying Capacity)
Il modello matematico parte dalla valutazione della capacità biofisica dei diversi biomi australiani di sostenere popolazioni umane di cacciatori-raccoglitori e gestori del territorio. Utilizzando parametri ambientali relativi alla produttività primaria netta, alla disponibilità idrica stagionale e alla variabilità climatica storica, il modello assegna una densità abitativa massima potenziale $K$ per ciascuna ecoregione del continente.
La densità abitativa continentale risultante è espressa dalla formula:
dove $N_{tot}$ rappresenta la popolazione mediana totale ($2{,}22 \times 10^6$) e $A_{tot}$ l’area geografica continentale presa in esame. Il range stimato per la popolazione precoloniale varia da un limite inferiore attorno a 1 milione fino a un valore massimo di circa 4 milioni di individui.
2. Genomica delle popolazioni e coalescenza
L’impiego dei dati genetici si basa sulla teoria della coalescenza, che analizza la variazione dei genomi indigeni contemporanei e antichi per ricostruire la dimensione effettiva della popolazione ($N_e$) nel corso del tempo.
Attraverso lo studio del DNA mitocondriale, del cromosoma Y e del sequenziamento dell’intero genoma (WGS), i ricercatori hanno identificato i colli di bottiglia genetici (genetic bottlenecks) corrispondenti alle fasi post-1788. L’analisi della diversità allelica supporta in modo indipendente l’ipotesi di una popolazione ancestrale cospicua e diversificata, incompatibile con un bacino ridotto di sole 250.000 persone.
3. Record archeologico e datazione radiometrica
La densità demografica nel tempo è stata correlata con la distribuzione spaziale e temporale delle datazioni al radiocarbonio ($^{14}\text{C}$) provenienti da siti archeologici. Applicando la tecnica delle distribuzioni di probabilità cumulata (SPD – Summed Probability Distributions) sulle datazioni di carbonella e manufatti, la frequenza di occupazione dei siti mostra un picco di attività e densità insediativa proprio nel periodo immediatamente precedente l’invasione coloniale.
4. Dinamica del declino demografico e modelli di mortalità
Per stimare i decessi in eccesso nel periodo compreso tra il 1788 e il 1861, è stato applicato un modello dinamico di popolazione alimentato dai dati censuari parziali del XIX secolo. Il tasso di variazione della popolazione è descritto dall’equazione differenziale basata sulle perdite cumulative:
dove $r$ rappresenta il tasso intrinseco di crescita naturale, $K$ la capacità portante precoloniale, e $M(t)$ la funzione di mortalità straordinaria causata da epidemie e conflitti di frontiera.
Dall’integrazione di questa funzione nell’intervallo temporale di 73 anni ($\Delta t = 73$), emerge una stima complessiva di decessi in eccesso pari a:
corrispondente a un tasso medio annuo espresso da:
5. Sequenza concettuale del quadro metodologico
Il flusso di lavoro della ricerca può essere sintetizzato nelle seguenti fasi:
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Raccolta e integrazione dei dati ambientali, archeologici, genetici ed etnografici storici.
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Definizione della capacità portante continentale mediante modellazione computerizzata.
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Calcolo della popolazione mediana precoloniale (2,22 milioni).
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Simulazione della curva di crollo demografico 1788-1861 e quantificazione del tasso di declino (93%).
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Proiezione delle dinamiche di ripresa demografica futura verso il target stimato per il 2047.
I risultati ottenuti dimostrano l’importanza di superare le fonti storiche parziali mediante un’analisi computazionale e scientifica rigorosa, offrendo alla storia dell’Australia un fondamento quantitativo rinnovato e oggettivo.
Traduzione abstract. La disponibilità dello studio completo, in accesso libero o riservato, è verificabile tramite il link del DOI nel box sotto se disponibile.
Abstract
La stima delle dimensioni delle popolazioni indigene in Australia prima dell’invasione coloniale europea è fondamentale per la ricerca della verità e la riconciliazione. Le stime affidabili delle dinamiche demografiche degli aborigeni australiani precoloniali sono imprecise a causa di malattie letali, violenza di frontiera e strutturale e assenza di censimenti sistematici. In questo studio, esaminiamo osservazioni etnografiche, ricostruzioni archeologiche e genetiche e modelli di capacità portante per dedurre le dimensioni della popolazione indigena prima dell’invasione coloniale. La concordanza tra le stime basate su modelli e quelle genetiche (non su resoconti storici o etnografici) suggerisce una mediana precoloniale, calcolata con il metodo bootstrap, di 2,22 milioni di persone, ovvero 0,29 persone per km². Ciò consente di stimare il numero di decessi in eccesso nell’era postcoloniale. Considerando una popolazione media precoloniale di 2,22 milioni di abitanti, si sarebbero dovuti verificare circa 28.200 decessi in eccesso all’anno (per un totale di 2,06 milioni di decessi) tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, a causa della mortalità legata all’invasione coloniale, per essere coerenti con i dati del censimento. Queste stime illustrano come le conseguenze dell’invasione furono vissute dagli aborigeni australiani, e i recenti dati del censimento mostrano la loro sopravvivenza e la successiva ripresa. Avvertiamo i lettori che il contenuto di questo studio è crudo e potenzialmente angosciante.
Alan N. Williams, Raymond Tobler, Billy Griffiths, Sean Ulm, Matthew C. Nitschke, Michael I. Bird, Shane Ingrey, Frédérik Saltré, Kirsty Beller, Ian J. McNiven, Nicholas Pitt, Lynette Russell, Alistair Paterson, Christopher Wilson, Corey J. A. Bradshaw. Large estimated size of the Australian Indigenous population before its extensive decline following colonial invasion. Nature Human Behaviour, 2026; DOI: 10.1038/s41562-026-02571-9
