Diagramma semplificato che illustra l'"ordine del cannibalismo". Secondo il modello dello studio, con la ripetizione del consumo da uomo a uomo (A → B → C), aumenta il rischio di trasmissione di malattie infettive, rendendo il cannibalismo progressivamente meno vantaggioso nel tempo. Crediti: Generato con strumenti di intelligenza artificiale a scopo illustrativo.
Diagramma semplificato che illustra l'”ordine del cannibalismo”. Secondo il modello dello studio, con la ripetizione del consumo da uomo a uomo (A → B → C), aumenta il rischio di trasmissione di malattie infettive, rendendo il cannibalismo progressivamente meno vantaggioso nel tempo. Crediti: Generato con strumenti di intelligenza artificiale a scopo illustrativo. Immagine Tradotta in Italiano Credito: TheSolver.it

Dalle antiche tombe alle storie di sopravvivenza ai confini del mondo, i segni di cannibalismo umano suscitano orrore e sollevano interrogativi.

Gli antropologi hanno rinvenuto ossa tagliate con asce e mannaie, come un cranio inglese risalente a 14.700 anni fa, a cui era stata raschiata la carne dalle mascelle. Tali ritrovamenti confermano che i nostri antenati a volte si cibavano l’uno dell’altro, ma oggi ogni cultura umana considera il cannibalismo un tabù assoluto. Ma se il cannibalismo tra consanguinei salvava vite, perché non è diventato una pratica comune?

Un nuovo studio condotto da un team polacco-ceco offre una risposta convincente, rivelando un macabro compromesso: qualche caloria in più ora, ma una potenziale epidemia mortale in futuro. Sebbene la carne umana fornisca calorie – all’incirca la stessa quantità di un pasto medio – il loro modello matematico conferma che questo conviene solo in condizioni di estrema scarsità, come quando i corpi dei defunti sono facilmente reperibili. Tuttavia, non appena il cannibalismo si diffonde oltre i pochi sopravvissuti, i costi nascosti superano rapidamente qualsiasi beneficio.

Il problema non è solo il modesto ritorno energetico; è la malattia. Gli esseri umani condividono una biochimica pressoché identica, il che rende ogni piastra umana un vettore per gli agenti patogeni. Il modello dimostra che il rischio di contrarre un agente patogeno mortale aumenta esponenzialmente con la lunghezza della catena del cannibalismo, un rischio che nemmeno la cottura può eliminare, soprattutto per i prioni come quelli responsabili del kuru nelle tribù Fore della Papua Nuova Guinea.

Feste o combattimenti?

Il cannibalismo non era dovuto solo alla fame: compare anche nei miti, nei riti religiosi e in guerra. In alcune culture, si credeva che cibarsi di nemici (o antenati) trasferisse potere o onore. Gli Aztechi, ad esempio, sono famosi per aver raffigurato sacrifici cannibalistici nei codici del XVI secolo. Ma anche in quei casi, si trattava di pratiche rare e simboliche, non di un vero e proprio piano alimentare.

Il nuovo modello isola il compromesso puramente nutrizionale: non include vantaggi sociali o rituali (come terrorizzare i nemici o acquisire prestigio). Senza questi elementi aggiuntivi, il cannibalismo “paga” solo quando le persone sono quasi alla fame. E poiché i parassiti infettivi si accumulano con ogni generazione di cannibali, una strage di carne umana si trasforma rapidamente in un grave problema demografico.

Una catena alimentare mortale

Gli scienziati dimostrano che mangiare carne umana equivale a firmare una condanna a morte per malattia. Citano il kuru come esempio, ma la stessa logica si applica a qualsiasi prione: quando un organismo che funge da cibo è molto simile a chi lo mangia, anche una piccolissima dose di proteine ​​mal ripiegate può superare la barriera di specie. “I patogeni hanno vita più facile perché finiscono in un organismo con una fisiologia quasi identica”, spiega il team.

Confronto tra due scenari estremi del modello di studio. Quando procurarsi carne umana è difficile e il rischio di infezione è elevato, il cannibalismo è energeticamente sfavorevole. Con bassi costi di acquisizione e basso rischio di infezione, diventa vantaggioso solo entro una ristretta finestra di sopravvivenza. Crediti: Generato da strumenti di intelligenza artificiale utilizzando la Figura 1 dell'articolo Michal Misiak et al, The cannibalistic trade-off: Why human cannibalism emerges and why taboos suppress it, Proceedings of the National Academy of Sciences (2026). DOI: 10.1073/pnas.2605120123
Confronto tra due scenari estremi del modello di studio. Quando procurarsi carne umana è difficile e il rischio di infezione è elevato, il cannibalismo è energeticamente sfavorevole. Con bassi costi di acquisizione e basso rischio di infezione, diventa vantaggioso solo entro una ristretta finestra di sopravvivenza. Crediti: Generato da strumenti di intelligenza artificiale utilizzando la Figura 1 dell’articolo Michal Misiak et al, The cannibalistic trade-off: Why human cannibalism emerges and why taboos suppress it, Proceedings of the National Academy of Sciences (2026). DOI: 10.1073/pnas.2605120123 . Immagine Tradotta in Italiano Credito: TheSolver.it

Nel loro modello, i gruppi che lasciano che il cannibalismo dilaghi senza controllo finiscono per collassare a causa di epidemie incontrollate. Lo Straits Times riporta la conclusione senza mezzi termini: “La pratica prolungata del cannibalismo può portare al collasso della popolazione causando malattie in coloro che mangiano altre persone”. Ogni cannibale che mangia un altro cannibale non fa che aumentare il rischio: un fenomeno che il giornale definisce “ordine cannibalistico”.

Cucinare può essere d’aiuto? Un po’, ma non molto. Il calore elevato può uccidere molti batteri e virus, ma i prioni non ne risentono. Il modello dimostra che, anche se la carne venisse sempre cotta completamente, gli inevitabili prioni presenti nel tessuto nervoso si accumulerebbero comunque, annullando alla fine il beneficio. Quindi, la conclusione di base rimane: a meno che quasi ogni pasto umano non sia una rara e fortunata occasione (come un cadavere dopo una catastrofe), il costo epidemico del cannibalismo supera rapidamente le calorie che apporta.

Il tabù come salvaguardia

Perché, dunque, oggi proviamo tutti repulsione per il cannibalismo? Lo studio offre una risposta sorprendente: quella che sembra una regola morale arbitraria potrebbe in realtà essere un segnale d’allarme della natura. Secondo gli autori, i tabù del cannibalismo potrebbero “essere emersi non come divieti morali arbitrari, ma come risposte culturali prevedibili a vincoli epidemiologici”. Queste risposte culturali implicano che il disgusto per il consumo di carne umana potrebbe essere una forma di difesa immunitaria collettiva.

Come ha affermato un ricercatore, “il tabù agisce come una salvaguardia evolutiva”. I gruppi che non frenavano il cannibalismo, osserva, semplicemente non sopravvivevano. Le regole culturali che vietano di mangiare i parenti, anche in caso di fame, potrebbero essersi diffuse perché aiutavano le società a evitare epidemie devastanti.

Questa prospettiva reinterpreta l’orrore del cannibalismo come una sorta di antica lezione di epidemiologia. Un tabù che appare come crudeltà (o superstizione) potrebbe in realtà essere una tattica di sopravvivenza. Aiuta anche a spiegare perché gli esseri umani si siano spinti a tanto per prevenire anche la minima traccia di cannibalismo; gli autori suggeriscono che quasi qualsiasi esposizione potrebbe rivelarsi catastrofica a lungo termine. E con nuove carestie causate dai cambiamenti climatici all’orizzonte, queste antiche lezioni potrebbero tornare ad essere rilevanti.

Come riassunto in un’intervista, un grave riscaldamento globale “potrebbe scatenare il cannibalismo di massa” se il cibo dovesse scarseggiare, ed è proprio in quel momento che desidereremmo di più conservare i nostri tabù protettivi.

Significato

Il cannibalismo è comparso ripetutamente nella storia umana, eppure è soggetto a uno dei più forti divieti culturali contemporanei. Perché questo comportamento si ripresenta, ma raramente persiste? Presentiamo un modello formale che mostra come il cannibalismo rifletta un compromesso tra benefici nutrizionali e crescenti rischi di infezione, in particolare quelli derivanti dalla trasmissione di agenti patogeni all’interno della stessa specie. Il modello dimostra che il cannibalismo è praticabile solo in condizioni ecologiche ristrette e diventa insostenibile con l’allungarsi delle catene trofiche. Questi vincoli contribuiscono a spiegare sia la sua comparsa episodica sia la diffusa comparsa di tabù nei confronti del cannibalismo. Più in generale, i risultati illustrano come le dinamiche epidemiologiche possano plasmare l’evoluzione culturale, producendo norme stabili che limitano comportamenti localmente adattivi ma globalmente destabilizzanti.

Abstract

Il cannibalismo è tra i tabù più diffusi nelle società umane, eppure le prove archeologiche, etnografiche e storiche indicano che si è manifestato ripetutamente in diverse popolazioni. Questa coesistenza di pratica ricorrente e di divieto persistente solleva una questione fondamentale: quando il cannibalismo diventa adattivo e quali meccanismi ne determinano la soppressione? Affrontiamo questo problema utilizzando un modello formale che considera il cannibalismo come una potenziale fonte di cibo soggetta a benefici energetici e a molteplici fonti di costo. I benefici nutrizionali sono modellati utilizzando una funzione di saturazione dell’apporto calorico, mentre i costi derivano dall’acquisizione, dalla digestione e dall’infezione. I costi dell’infezione sono rappresentati come un processo stocastico la cui media aumenta con la lunghezza della catena di trasmissione trofica, catturando i rischi associati al consumo ripetuto all’interno della stessa specie. L’analisi del bilancio energetico atteso in funzione della disponibilità di cibo e dell’ordine di cannibalismo rivela condizioni ecologiche specifiche in cui il cannibalismo produce un bilancio atteso positivo e condizioni più ampie in cui è fortemente sfavorito. Il modello fornisce un quadro di riferimento per l’interpretazione dei reperti archeologici ed etnografici, specificando le condizioni al contorno e identificando gli scenari ecologici più probabili in cui si prevede che si verifichino diverse forme di cannibalismo. I risultati prevedono che il cannibalismo abbia maggiori probabilità di emergere in condizioni di estrema scarsità di risorse, quando i costi di acquisizione sono bassi e i rischi di infezione sono limitati, mentre il cannibalismo prolungato diventa rapidamente insostenibile a causa dell’aumento dei costi di infezione. Nel complesso, i risultati suggeriscono che il cannibalismo sia meglio comprensibile come un compromesso condizionale piuttosto che come un’anomalia comportamentale, con i tabù culturali che fungono da risposte adattive a rischi epidemiologici non lineari.
Approfondimenti

Michal Misiak et al, The cannibalistic trade-off: Why human cannibalism emerges and why taboos suppress it, Proceedings of the National Academy of Sciences (2026). DOI: 10.1073/pnas.2605120123
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