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Profughi, tra mito e realtà

(di Vittorio Bertola) 17.07.15 11:55   Consigliere Comunale M5S Torino

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Con gli incidenti di Quinto di Treviso di ieri, l’arrivo in massa di disperati dall’Africa ha dimostrato di essere tuttora una questione tanto irrisolta quanto pericolosa e pronta a scoppiare – anche a Torino. Quando si parla di questi temi, gli animi si scaldano e ognuno ha opinioni piuttosto forti; eppure, in rete e tra la gente girano tante informazioni errate o distorte, sia pro che contro l’accoglienza.

Per questo motivo, prima di aprire una discussione su cosa dovrebbe fare lo Stato italiano, credo che sia opportuno dedicare un po’ di tempo a spiegare dettagliatamente chi sono i cosiddetti profughi e come funziona il sistema di accoglienza, in modo da permettere a ognuno di farsi una opinione documentata, precisando che quanto riporterò è il risultato di documenti ufficiali e di spiegazioni ricevute in consiglio comunale (cercherò di linkare le fonti dove possibile).

Per prima cosa, bisogna chiarire il significato esatto di termini come profugo e clandestino, che vengono usati a piene mani ma spesso a sproposito.

Un immigrato è una persona di cittadinanza straniera che risiede in Italia; può farlo grazie a un visto e/o a un permesso di soggiorno dato dallo Stato italiano. I cittadini dell’Unione Europea hanno il diritto di vivere ovunque in Europa senza bisogno di permessi di soggiorno e sono sostanzialmente equiparati ai cittadini locali, per cui i romeni, i bulgari ecc. non sono nemmeno più immigrati in senso stretto, come non lo sono gli italiani in Inghilterra o in Germania, almeno fino a quando la libera circolazione europea non sarà messa in discussione (come vuole fare Londra).

Gli immigrati, dunque, sono extracomunitari (cittadini di paesi non appartenenti all’UE) e si dividono in tre categorie:
immigrati regolari, ossia persone che sono entrate regolarmente in Italia o comunque hanno ottenuto un permesso di soggiorno;
profughi (anche detti rifugiati), ossia persone che sono entrate in Italia irregolarmente, ma che hanno il diritto di essere accolte e protette dall’Italia in base alle convenzioni internazionali sull’asilo politico, o che hanno presentato domanda per vedersi riconoscere tale diritto (in tal caso si chiamano richiedenti asilo);
clandestini (anche detti immigrati illegali o irregolari), ossia chiunque non sia cittadino europeo e non ricada in una delle due categorie precedenti, e quindi non sia autorizzato a soggiornare in Italia.

Nell’immaginario collettivo i clandestini sono persone che attraversano la frontiera di nascosto o sbarcano sulle nostre coste, ma quasi mai è così; normalmente i clandestini sono ex immigrati regolari che sono stati espulsi o a cui non è stato rinnovato il permesso di soggiorno, oppure persone a cui è stata respinta la domanda di riconoscimento come profugo, oppure persone arrivate qui con un visto turistico e poi rimaste dopo la scadenza.

In questo articolo io mi concentrerò sulla categoria dei profughi: chi sono i profughi? Il termine, nonché l’immagine riportata dai media, starebbe a indicare chi fugge da una guerra, da una persecuzione o da una catastrofe naturale che gli impedisce di continuare a vivere a casa propria, e quindi chiede ospitalità (“asilo politico”) a un altro Paese. La realtà, tuttavia, è molto più variegata.

Innanzi tutto, il modo per acquisire lo status di profugo è semplicemente chiederlo. Per questo motivo, in pratica nessuno in Italia è mai clandestino al suo primo ingresso, a meno che non lo voglia essere. Basta che l’aspirante immigrato, appena individuato alla frontiera o soccorso in mezzo al mare, dichiari di voler presentare domanda di asilo, e diventa immediatamente un richiedente asilo, equiparato in tutto e per tutto ai profughi compreso il diritto di venire accolto e di ricevere vitto, alloggio e corsi di lingua e di formazione; questo indipendentemente dal Paese di provenienza e dal fatto che si tratti di un Paese in guerra o in pace, democratico o dittatoriale, ricco o povero, perché le persecuzioni politiche, per cui è stato concepito questo sistema, possono avvenire ovunque.

Non è nemmeno necessario entrare fisicamente in Italia, basta arrivare alla frontiera con un qualsiasi mezzo di trasporto; spesso c’è un comodo ufficio predisposto apposta a ricevere le domande (per esempio questo è quello dell’aeroporto di Milano Malpensa). Difatti, a livello europeo sono di più i richiedenti asilo che arrivano in aereo, magari con un visto turistico di durata limitata, rispetto a quelli che arrivano coi barconi.

A questo punto, il richiedente asilo acquista il diritto di rimanere in Italia fino a quando la sua domanda non sarà esaminata, una operazione che tocca a “commissioni territoriali” che sono sopraffatte dal lavoro. In teoria, le domande dovrebbero ricevere una risposta, positiva o negativa, nell’arco di trenta giorni; nella realtà, ci vogliono dai sei mesi a un anno, e più aumentano gli sbarchi più i tempi si allungano. Nel frattempo, il richiedente asilo, indipendentemente dal fatto che la sua domanda di asilo sia credibile o meno, è a tutti gli effetti equiparato a un profugo, per cui da una parte ha diritto a essere accolto e ospitato, e dall’altra è una persona assolutamente libera; si trova legalmente in Italia e può andare dove vuole e fare quello che vuole, nessuno lo può trattenere.

Questo è, ovviamente, una prima fonte di guai; in questo modo l’Italia accoglie e ospita non solo i profughi veri e propri, come i siriani che scappano dalla guerra, ma anche persone che semplicemente scappano dalla fame e che vogliono venire in Europa per vivere meglio, e persino veri e propri delinquenti, come il senegalese che, ospitato a nostre spese in un centro profughi di Collegno, nelle scorse settimane ha accoltellato e rapinato otto donne nella zona ovest di Torino.

Ora, l’Italia è dentro la zona senza frontiere dell’accordo Schengen, per cui potreste pensare che i rifugiati girino anche per l’Europa. In realtà, un trattato europeo, il cosiddetto Regolamento di Dublino II (e il suo successore detto Dublino III), ha stabilito che l’unico stato europeo in cui una persona può chiedere asilo è il primo in cui è arrivato, che spesso è l’Italia; per cui, dall’estero ce li rimandano tranquillamente indietro a forza, a costo di ripristinare i controlli alle nostre frontiere, come hanno fatto sia la Francia a Ventimiglia che l’Austria al Brennero. Anzi, coi francesi c’è pure il dubbio che ci scarichino profughi a loro sgraditi che in Italia non c’erano mai stati, sostenendo che fossero arrivati prima da noi.

Bisogna però smentire il mito per cui “l’Europa non fa niente e ce li scarica tutti a noi”, che è semplicemente una scusa dei nostri governanti per scaricare il barile su qualcun altro. Basta guardare la tabella con i numeri delle domande di asilo presentate nel 2014 nei vari Paesi europei per scoprire che noi ne riceviamo fin un po’ meno di quanti ce ne toccherebbe in base alla popolazione, e che la Germania da sola ha ricevuto il triplo abbondante di domande rispetto a noi.

Quindi, ben venga la discussione (pompatissima dai nostri politici) sulla redistribuzione pro quota dei rifugiati tra i vari Paesi europei, soprattutto se i numeri degli sbarchi attraverso il Mediterraneo dovessero continuare ad aumentare, ma potremmo scoprire che se poi questo veramente venisse fatto a tappeto, non solo sugli sbarchi in Sicilia ma su tutte le altre rotte di accesso all’Europa, potremmo addirittura riceverne più di ora, anche considerato che i numeri degli accessi all’Europa dalla Serbia all’Ungheria (che non a caso vuol costruire un muro…) e dalla Turchia alla Grecia sono dello stesso ordine di grandezza di quelli via mare verso l’Italia.

D’altra parte, il regolamento di Dublino un po’ ci salva anche. Perché? Perché in Africa sanno benissimo che l’Italia non è proprio il posto migliore in cui fermarsi, e comunque vogliono magari raggiungere parenti e amici già accolti altrove, per cui spesso chi sbarca non vuole assolutamente presentare la domanda di asilo qui, cosa che lo costringerebbe a restare per sempre in Italia, ma vuole scappare per arrivare in qualche modo in Germania o in altri Paesi e presentarla lì.

Per questo, anche se nel 2013 (secondo il rapporto SPRAR 2014, che è una ottima fonte di dati ufficiali che userò diffusamente nel seguito) gli sbarchi in Italia sono stati 43.000, a cui vanno sommate parecchie migliaia di persone che entrano irregolarmente dai porti, dagli aeroporti e dalle frontiere di terra, le richieste di asilo presentate su scala nazionale sono state solo 27.000; gli altri, almeno altrettanti, hanno preferito scappare, rimanendo clandestini, per tentare di andare altrove; e sono quelli che si vedono, appunto, in cerca di passaggio a Ventimiglia o al Brennero.

Nella prima parte vi ho spiegato le basi del concetto di “profugo”. Tuttavia, restano da affrontare diverse questioni controverse, a partire dal come distinguere un profugo da un normale immigrato; una distinzione che è piuttosto importante, perché, mentre l’Italia può decidere a proprio piacimento se accogliere o meno un immigrato, esistono accordi internazionali da noi firmati con cui ci siamo obbligati ad accogliere e mantenere i profughi. Nonostante le grandi discussioni sul tema, pochissimi sono andati a leggersi questi accordi; ed è quello che ho fatto io per voi.

Il concetto di “profugo” (o anche “rifugiato”) come attualmente inteso viene definito nella Convenzione di Ginevra, un trattato internazionale del 1951 con cui gli Stati si obbligarono ad accogliere e mantenere gli stranieri e gli apolidi che si trovavano ancora sul loro territorio dopo la seconda guerra mondiale e che erano stati vittima di persecuzioni razziali, religiose, etniche o politiche, e dunque per questo motivo non potevano rientrare nel loro Paese. Nel 1967, con il Protocollo di New York, questa garanzia venne estesa a tutte le vittime di persecuzioni successive alla seconda guerra mondiale e a tutte quelle future.

A livello europeo, questi due accordi sono stati recepiti da ultimo nella direttiva europea 2004/83/CE, che è quella che legalmente ci vincola. Questa direttiva ribadisce la definizione legale di “rifugiato”, riprendendo alla lettera quella della Convenzione di Ginevra, e aggiunge però una seconda categoria di profughi, definiti “titolari di protezione sussidiaria”, che pur non ricadendo nella definizione di Ginevra sono ritenuti meritevoli dello stesso livello di protezione obbligatoria da parte degli Stati.

Da questo testo discendono dunque i seguenti requisiti per poter essere considerati profughi di uno di due tipi diversi:

rifugiato: uno straniero che non può rientrare in patria per “il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, opinione politica o appartenenza ad un determinato gruppo sociale” (art. 2 comma c della direttiva);

titolare di protezione sussidiaria: uno straniero che non può rientrare in patria perché “correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno” (art. 2 comma e), dove il grave danno può essere esclusivamente una condanna a morte, una qualsiasi forma di tortura oppure “la minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale” (articolo 15).

La direttiva specifica inoltre che il diritto all’accoglienza si perde se il profugo ha commesso un reato grave (sia nel Paese di origine, sia in quello che lo ospita) o comunque “rappresenta un pericolo per la comunità o la sicurezza dello Stato in cui si trova” (articolo 17), il che, tra l’altro, offre ai Paesi la possibilità di non accogliere i profughi se essi ritengono che la loro presenza crei seri problemi di ordine pubblico.

Le due sopra descritte, spesso unificate nel termine “titolari di protezione internazionale”, sono le uniche categorie di persone che l’Italia è obbligata ad accogliere e ospitare per via dei trattati internazionali e delle norme europee: i perseguitati politici/etnici/religiosi (gli unici che sono “rifugiati” in senso stretto) e le persone che scappano da una condanna a morte o dalla guerra. Anche in questo caso, peraltro, non basterebbe un generico stato di guerra nel Paese d’origine – che peraltro deve essere di “violenza indiscriminata”, non è sufficiente il terrorismo o qualche scontro ogni tanto – ma la minaccia deve essere “grave e individuale”, ovvero deve esserci uno specifico motivo per cui, durante la guerra, proprio la persona in questione rischierebbe la vita.

Anche la comunicazione dei media è centrata sull’idea dei profughi come vittime innocenti in fuga dalla guerra, a partire dall’abbondanza di reportage sui terribili drammi dei rifugiati siriani. La verità, però, è un po’ diversa, e per accorgersene basta prendere le prime dieci nazionalità dei profughi a cui l’Italia ha concesso l’asilo inserendoli nel programma di protezione SPRAR (dall’Atlante SPRAR 2014, pagina 33):

Nei due Paesi che da soli fanno un quarto dei profughi totali, Nigeria e Pakistan, ci sono terrorismo e scontri religiosi, ma non c’è nessuna guerra o “violenza indiscriminata”… Ci sono comunque in questa lista diverse nazioni in mezzo a una guerra civile, a partire dal Mali, ma la Siria non è nemmeno tra i primi dieci, e non lo è nemmeno l’Ucraina; la maggior parte sono semplicemente Paesi poveri e instabili come tutto il Terzo Mondo. E c’è anche un altro fattore: dalla guerra ci si aspetta che scappino innanzi tutto donne e bambini, ma l’88% dei profughi sono uomini; per molte delle nazionalità sopra citate la percentuale degli uomini è del 98-99 per cento, fino al 99,6% del Gambia. Se c’è la guerra e si è costretti a scappare, non si capisce come mai scappino solo gli uomini e gli elementi più deboli delle famiglie restino là.

E’ evidente che gran parte dei profughi non scappa da guerre e persecuzioni ma dalla fame, con la speranza di guadagnare soldi in Europa per rimandarli alla famiglia rimasta al paese; sono quelli che ultimamente i media hanno preso a chiamare “migranti economici“. Ma allora, viste le definizioni ben precise della direttiva europea, come è possibile che queste persone abbiano aggirato qualsiasi forma di programmazione dei flussi migratori grazie all’ottenimento dell’asilo politico, che sarebbe una prerogativa dei perseguitati?

Questo avviene perché l’Italia riconosce di sua iniziativa una terza categoria di profughi, i “titolari di protezione umanitaria”. La legge sull’immigrazione, difatti, dice che un clandestino può non essere espulso quando sussistono “seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano” (D.Lgs. 286/98, art. 5 comma 6). Questa clausola concede alle Questure la possibilità di rilasciare discrezionalmente permessi di soggiorno a chi non ne avrebbe altrimenti diritto; per esempio sono i permessi dati al clandestino che si butta nel fiume per salvare un’altra persona.

Agganciandosi a questo, la legge sull’asilo politico dice che se la commissione territoriale che esamina la domanda verifica che il richiedente asilo non ha i requisiti previsti dalla direttiva europea, perché non è nè perseguitato nè in fuga dalla guerra, può comunque, invece di espellerlo, chiedere al Questore di concedergli ugualmente il permesso di soggiorno se ritiene che esistano “gravi motivi di carattere umanitario” (D.Lgs. 25/08, art. 32).

Ora, come potete immaginare, “gravi motivi di carattere umanitario” è una formulazione talmente vaga che le commissioni territoriali, d’accordo con le Questure, possono discrezionalmente accogliere più o meno tutte le domande che vogliono; in particolare, possono accogliere le domande di chi semplicemente fugge dalla povertà, tanto che nel 2014 la protezione umanitaria ha rappresentato quasi la metà (46,1%) del totale degli asili politici concessi dall’Italia.

La discrezionalità delle commissioni è un problema in tutti i sensi. Le commissioni territoriali, da poco aumentate a venti per cercare di ridurre i tempi d’attesa, sono composte da quattro persone: una per la prefettura, una per la questura/polizia, una per gli enti locali (che possono anche nominare qualcuno dalle varie associazioni di volontariato che poi gestiscono i profughi) e una dell’ACNUR (in inglese UNHCR, ossia il commissariato ONU per i rifugiati: quello della Boldrini per capirci). Queste quattro persone devono valutare centinaia di domande, incontrando uno per uno i richiedenti asilo, persone generalmente senza documenti e senza prove delle loro storie, con un tempo d’attesa che come abbiamo visto può superare l’anno.

In queste commissioni si sono già verificate deviazioni clamorose: ha fatto rumore l’arresto di don Sergio Librizzi, presidente della Caritas di Trapani e membro della commissione territoriale in quota enti locali, che avrebbe chiesto a numerosi richiedenti asilo prestazioni sessuali in cambio dell’accoglimento della domanda di asilo. Ma anche nella normalità, sono molti a descrivere il funzionamento delle commissioni come una lotteria, in cui l’accoglimento o la bocciatura della domanda, così come l’assegnazione a una tipologia o a un’altra, può avvenire quasi per caso, segnando in un senso o nell’altro il destino di una persona.

Sta di fatto, comunque, che grazie alla protezione umanitaria l’Italia accoglie molto più facilmente le domande di asilo rispetto al resto d’Europa. Questa tabella riguarda il 2013 e viene direttamente dal Rapporto SPRAR 2014:

Come vedete, mentre in media in Europa nel 2013 venivano accolte il 29% delle domande, in Italia siamo al 61%: più del doppio. Persino la Svezia, citata sempre come modello di accoglienza e generosità, si ferma al 45%; la Germania è al 23%, la Francia al 16%.

La seconda parte della tabella mostra come questo squilibrio sia legato a un uso estremamente generoso della “protezione umanitaria”; gli altri Paesi o non ce l’hanno o la usano col contagocce, e i Paesi che la usano di più (comunque molto meno di noi) sono comunque quelli nel complesso più restrittivi sull’accoglimento delle domande. Questo divario tra noi e gli altri grandi Paesi europei si è un po’ ridotto negli ultimi mesi, anche se l’aumento secco delle percentuali di accoglimento in Germania, Olanda e Svezia è dovuto, lì sì, agli arrivi dalla Siria; tuttavia, la nostra anomalia, sia sugli accoglimenti che sull’abbondanza di permessi umanitari, resta tuttora evidente.

E’ chiara dunque anche la resistenza di altri Paesi europei a farsi carico di quote di nostri profughi: perché noi, giusto o sbagliato che sia, siamo molto più di manica larga, e in particolare lo siamo sulla fascia “umanitaria”, quella che non avrebbe diritto di essere accolta in base alle sole norme internazionali ed europee, ma viene accolta per scelta politica nazionale. E quindi il messaggio è: volete essere un Paese generoso e accogliere non solo i perseguitati politici e i profughi di guerra, ma anche chi semplicemente emigra per cercare fortuna? Benissimo, ma noi non siamo della stessa idea, quindi fatelo coi vostri soldi e sul vostro territorio.

Concludendo, quando si parla di profughi si parla in realtà dell’insieme di quattro categorie: i rifugiati e i titolari di protezione sussidiaria (che siamo obbligati ad accogliere), i titolari di protezione umanitaria (che accogliamo per nostra volontà solidale) e i richiedenti asilo (di cui non sappiamo niente perché non abbiamo ancora valutato la loro domanda, ma che statisticamente, nonostante la “manica larga”, per quasi la metà risulteranno essere semplici immigrati clandestini). Bene, quali sono i pesi reciproci delle varie categorie? Lo dice l’Atlante SPRAR 2014 a pagina 32:

Quindi, secondo questi dati, meno di un quarto dei profughi attualmente ospitati in Italia sono persone verso cui abbiamo un obbligo legale di accoglienza; più di tre quarti sono persone accolte per scelta oppure persone in attesa di giudizio per la nostra inefficienza nel valutarne le domande. Basterebbe cambiare politica e/o migliorare l’organizzazione su queste due ultime categorie per cambiare radicalmente i numeri dei profughi in giro per l’Italia, anche a parità di sbarchi e nel pieno rispetto degli obblighi internazionali.

Profughi, tra mito e realtà (3)

(di Vittorio Bertola) 23.07.15 14:20Abbiamo già visto chi sono i profughi e quali sono i requisiti per essere riconosciuti tali, evidenziando alcune anomalie tutte italiane come i tempi lunghissimi per la valutazione delle richieste di asilo e la quantità molto elevata di permessi umanitari concessi a chi non avrebbe i requisiti per la protezione internazionale. In questa puntata vorrei invece raccontarvi il percorso che compie un profugo dall’arrivo in Italia alla eventuale integrazione.

Bisogna premettere che non è semplicissimo per un Paese essere pronto a gestire ondate migratorie improvvise; gli arrivi, difatti, seguono le situazioni geopolitiche e variano velocemente. Per esempio, se nel 2010 gli sbarchi erano stati poco più di 4000, nel 2011, grazie alle “primavere arabe”, furono oltre 60.000; già in quel caso il sistema di accoglienza andò completamente in crisi, con migliaia di persone ammassate a Lampedusa che alla fine costrinsero il governo, impreparato a valutare i casi uno per uno, a proclamare la cosiddetta Emergenza Nord Africa (ENA) e a dare un permesso di soggiorno umanitario a tutti gli sbarcati indistintamente, spendendo un miliardo e trecento milioni di euro per ospitarli a far niente per un paio d’anni, per poi abbandonarli in mezzo a una strada, con 500 euro di buonuscita in mano, alla scadenza dell’emergenza a inizio 2013 (a Torino, molti di questi sono poi andati a trovarsi un tetto occupando il MOI).

Questo, comunque, è stato solo l’antipasto, come dimostrato dalla progressione degli sbarchi negli anni successivi: nel 2012 furono solo 13.000, nel 2013 43.000, nel 2014 170.000 e nel 2015 si potrebbe arrivare a 200-250.000. A tutti questi l’Italia deve dare soccorso e prima accoglienza; poi, come detto, circa metà sparisce ed entra in clandestinità cercando di andare a farsi accogliere in altri Paesi europei, mentre l’altra metà presenta la domanda di asilo, che dà diritto in sé a mediamente un anno di vitto e alloggio, dopo il quale in più di metà dei casi la domanda viene accolta, dando diritto a un percorso di ospitalità e integrazione di un altro annetto e al soggiorno in Italia a tempo indeterminato (a meno che non decada la situazione personale per cui si è avuto asilo).

Pertanto, alla fine di quest’anno l’Italia dovrebbe trovarsi a ospitare oltre 100.000 richiedenti asilo sbarcati nel 2015 e in attesa di valutazione, più circa 40.000 sbarcati nel 2014 e riconosciuti come meritevoli di protezione, più i rifugiati degli anni precedenti che sono ancora inseriti nei progetti di integrazione; oltre a questi, sul territorio restano decine di migliaia di sbarcati entrati in clandestinità.

Se è vero che rispetto alla popolazione italiana sono numeri ancora piccoli, e che sono altrettanto piccoli rispetto alle quantità di rifugiati storicamente presenti in altri Paesi europei, è altrettanto vero che l’Italia non è assolutamente organizzata per gestire un afflusso di queste dimensioni: e quindi tutto si improvvisa e nascono i problemi.

Vediamo dunque qual è il percorso dei profughi partendo dal loro arrivo, che per più di tre quarti (nel 2014) avviene via mare (Atlante SPRAR 2014, pag. 42):

Dopo un lungo e disumano viaggio attraverso il Sahara o lungo il Mediterraneo, gli aspiranti profughi giungono in Libia e da lì si apprestano a partire verso l’Italia. Nonostante l’uso del termine “sbarco”, che fa pensare a zattere che approdano sulla sabbia delle nostre coste dopo giorni e giorni di odissea in mare, in realtà il viaggio dei barconi oggi dura poche decine di chilometri; per facilitare la traversata evitando tragedie, il soccorso avviene solitamente a 30-40 miglia nautiche dalla Libia, più o meno lungo la linea rossa puntinata che vedete in questa cartina.

Da questa politica nascono le polemiche di chi (compreso il governo inglese) sostiene che soccorrere i profughi così vicino all’Africa è in realtà un incentivo a mettersi in mare ed è una delle cause del boom migratorio in atto, vittime comprese, e che se non ci fossero più soccorsi quasi nessuno proverebbe più la traversata. D’altra parte, se di colpo non ci fossero più soccorsi ci sarebbero almeno in una prima fase migliaia di vittime; di qui le proposte di sistemi alternativi, come l’affondamento nei porti libici dei barconi vuoti prima che partano, oppure l’idea di “corridoi umanitari” in cui il viaggio viene organizzato in modo sicuro direttamente dall’Europa, anche se a quel punto si porrebbe il problema di chi ammettere a questi viaggi.

Per ora, al largo delle coste libiche, chi arriva viene soccorso da una nostra nave o, da quando esiste l’operazione europea Triton, da una nave europea; in entrambi i casi, comunque, i profughi vengono trasportati in un porto italiano e consegnati all’Italia.

Quando arrivano, i profughi praticamente sempre non hanno documenti e non sono identificabili; dunque, prima di chiedergli se vogliono presentare domanda di asilo, si pone il problema di identificarli. Prima ancora, però, spesso i profughi sono anche in cattive condizioni di salute, e in questi casi la nave li porta in uno dei CPSA (Centro di Primo Soccorso e Accoglienza), che si trovano a Lampedusa, Pozzallo, Cagliari-Elmas e Otranto; lì, i profughi devono rimanere per massimo 48 ore, soltanto per riprendersi e venire curati. In alternativa, se non c’è bisogno di grandi soccorsi, i profughi vengono portati sempre per massimo 48 ore in un CDA (Centro Di Accoglienza). Sia nei CDA che nei CPSA, il profugo può presentare la domanda di asilo; se non la presenta, e non ha altri documenti validi, è un clandestino e dunque viene trasferito in un CIE per essere poi espulso e rimpatriato.

Se invece, anche senza essere stato ancora identificato, dichiara di voler presentare la domanda, allora il profugo viene trasferito in un CARA (Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo), nel quale arrivano anche coloro che, invece di sbarcare, si sono presentati a una nostra frontiera via terra o aereo per fare domanda di asilo. In pratica, CARA e CDA sono quasi sempre insieme nello stesso posto; ce ne sono una dozzina, quasi tutti al Sud, e l’unico al Nord è a Gradisca, per chi arriva dall’Est Europa. Il più grande e famoso CARA è quello realizzato nella ex base NATO di Mineo, in provincia di Catania; a giudicare dalla frequenza con cui lo dicono in televisione, “caradimineo” è destinata a diventare una parola comune. Nei CARA si procede all’identificazione del richiedente asilo – che può richiedere settimane, essendo necessaria la verifica presso le ambasciate e le anagrafi di Paesi esteri talvolta poco collaborativi – e all’esame della sua domanda di asilo.

Nel momento in cui la domanda viene accolta in una delle tre possibili categorie già viste (rifugiato, protezione sussidiaria o protezione umanitaria), il profugo viene trasferito nel sistema SPRAR (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati), una rete di centri situati su tutto il territorio nazionale. Fino a questo punto, difatti, tutte le strutture che abbiamo menzionato sono gestite direttamente dal governo centrale, tramite suoi appalti; lo SPRAR, invece, si basa sulla collaborazione tra Comuni e associazioni di volontariato. In pratica, i Comuni partecipano a un bando ministeriale, offrendosi di gestire un certo numero di posti, che in caso di ulteriori necessità possono anche venire aumentati dopo l’aggiudicazione del bando, e che vengono poi subappaltati in tutto o in parte alle associazioni; lo Stato paga i Comuni per il servizio, peraltro mediamente con grande ritardo, e i Comuni pagano le associazioni.

In questa fase, il profugo non viene più soltanto ospitato con vitto e alloggio, ma partecipa a progetti di formazione: gli si insegna l’italiano e lo si avvia al lavoro. Lo SPRAR prevede inoltre progetti specifici per richiedenti asilo di categorie deboli, come i malati sia fisici che psichici, le donne in gravidanza e i MSNARA (minori stranieri non accompagnati richiedenti asilo; ce ne sono più di mille, praticamente tutti dai 15 anni in su).

Al termine del progetto, dunque, il profugo diventa indipendente e autonomo; può mantenersi da solo, pagarsi un affitto e diventare un elemento produttivo e integrato della società, e, dopo dieci anni di residenza legale e continuativa, ottenere la cittadinanza italiana; se è rifugiato o titolare di protezione sussidiaria, ha anche sin da subito il diritto di far venire in Italia tutta la sua famiglia, che ottiene il suo stesso status.

Bene, tutto chiaro? Problema risolto? Beh, se avete letto con attenzione le puntate precedenti ci saranno numerosi punti che non vi tornano: come è possibile allora che una buona metà degli sbarcati sparisca senza né presentare domanda di asilo né venire rimpatriato tramite CIE? E come è possibile che lo SPRAR, concepito per integrare i rifugiati, in realtà ospiti per il 61% semplici richiedenti asilo, metà dei quali si riveleranno in realtà dei clandestini? E dov’è la parte in cui il Prefetto invia senza preavviso profughi qua e là in giro per l’Italia, suscitando le rivolte dei residenti? (E poi, com’è la storia dei 35 euro al giorno?)

Vedete, quanto sopra è la teoria, ma nella pratica, complici i numeri in aumento, il sistema è quasi collassato. Tra CPSA, CDA e CARA, i profughi vengono portati un po’ dove capita a seconda di dove c’è posto, soccorsi come si riesce e trattenuti a tempo indeterminato fin che non si trova un altro posto dove metterli, magari perché c’è bisogno di liberare spazio per nuovi sbarchi in arrivo.

Nel frattempo, visto che la legge non specifica bene se l’ospite dei CPSA/CDA/CARA possa o meno andarsene dagli stessi, questi centri tendono a essere organizzati come delle prigioni, similmente ai CIE, ma nessuno ha veramente il diritto di bloccare uno che nonostante le reti scavalca e se ne va, visto che uno sbarcato non ha fatto niente di male e, se ha fatto la domanda, ha anche il permesso per restare in Italia fino alla risposta; quindi, una volta arrivati al CARA quelli che vogliono andarsene se ne vanno, sia prima che dopo aver presentato la domanda (circa al 10% dei richiedenti asilo non si riesce a consegnare la risposta perché risultano irreperibili). A maggior ragione, possono andarsene dove e quando vogliono, con un permesso di soggiorno in tasca, tutti quelli inseriti nello SPRAR.

E dato che nemmeno i CIE e il sistema delle espulsioni funzionano, ai richiedenti asilo che ricevono una risposta negativa generalmente viene consegnato un semplice ordine di lasciare il Paese con loro mezzi, col quale escono dalla struttura e ovviamente, invece di rimpatriare, restano in Italia come clandestini, magari per tentare poi di andarsene verso nord. Di fatto, solo una minuscola frazione degli sbarcati viene in qualche modo rimpatriata; il 99% abbondante, avente diritto o meno che sia, resta in Italia o in Europa.

Oltretutto, in alternativa al diventare clandestino, il richiedente asilo a cui è stata respinta la domanda può presentare ricorso in tribunale, spesso incoraggiato dalle stesse associazioni che gestiscono l’accoglienza e dai centri sociali. Siccome il richiedente asilo è nullatenente, gli avvocati per il ricorso glieli paghiamo noi; e nel frattempo, fino a che non vengono esauriti tutti i gradi di giudizio fino alla Cassazione, il richiedente asilo – nonostante già al primo esame sia stato riconosciuto essere un semplice clandestino – continua ad avere diritto di rimanere in Italia e di venire ospitato, magari per due, tre, quattro anni, per vedere se il tribunale ribalta la decisione della commissione territoriale.

A fronte di tutto questo, e dell’ondata di sbarchi dell’ultimo periodo, le strutture disponibili sono risultate insufficienti e vi è stata la necessità di trovare immediatamente nuove sistemazioni. Per questo il Ministero dell’Interno tramite le Prefetture ha provveduto a reperire strutture in giro per l’Italia per ospitare i profughi, inclusi i richiedenti asilo; sono i cosiddetti “centri di accoglienza straordinaria” o “strutture di emergenza”.

I richiedenti asilo che devono liberare posto nei CARA per i nuovi arrivi vengono dunque o inseriti nei posti SPRAR, che come abbiamo visto ospitano ormai per la maggior parte richiedenti asilo invece che persone già riconosciute come aventi diritto alla protezione, oppure, spesso senza nemmeno avere ancora presentato la domanda di asilo, vengono trasferiti in uno “hub regionale” (in Piemonte, il centro Teobaldo Fenoglio di Settimo Torinese, gestito dalla Croce Rossa) dal quale entro pochi giorni vengono smistati nei posti di emergenza reperiti dalla Prefettura sul territorio, salvo andarsene proprio a questo punto ringraziando per il passaggio offerto dal Sud al Nord che li avvicina all’Europa. L’assegnazione del profugo all’uno o all’altro sistema, a parte le categorie deboli, è sostanzialmente casuale, a seconda delle disponibilità.

Il modello dell’ospitalità prefettizia sarebbe simile allo SPRAR: in queste strutture non si dovrebbe fare solo ospitalità, ma anche formazione e integrazione. I Comuni però non vengono coinvolti, se non, quando va bene, in una discussione preventiva col Prefetto su quanti profughi si possano ospitare e dove; dopodiché, si tratta di un appalto diretto dalla Prefettura alle associazioni e alle entità private (albergatori compresi) che ritengono di avere posti da offrire. Succede dunque che i Comuni subiscano l’inserimento di profughi sul loro territorio senza poter dire niente, e che, a differenza dei posti SPRAR per cui i Comuni controllano cosa succede, nei posti prefettizi i controlli sul trattamento dei profughi siano scarsi o nulli; e qui è dove c’è più spazio per abusi.

In queste statistiche del Ministero dell’Interno, oltre a trovare l’elenco dei vari centri, potete vedere come ormai l’emergenza abbia preso il sopravvento: alla fine del 2014, dopo le ondate di sbarchi dell’anno, l’intero sistema accoglieva e manteneva oltre 66.000 profughi, quasi il quadruplo di quelli che erano ospitati all’inizio dell’anno; di questi, circa 10.000 erano nelle strutture governative (CPSA, CDA e CARA), circa 20.000 erano inseriti nello SPRAR, e circa 36.000 erano nei posti di emergenza appaltati dalle Prefetture.

E dato che gli sbarchi continuano ad avvenire, questi numeri sono già vecchi; nella prima metà dell’anno sono stati approntate altre migliaia di posti, quasi tutti gestiti dalle Prefetture; difatti, come visto, i posti necessari entro fine anno dovrebbero essere ben oltre centomila, anche considerando che l’accoglienza nello SPRAR deve terminare entro dodici mesi (tempo in cui il profugo dovrebbe diventare autosufficiente) e quindi c’è comunque un ricambio.

Ma quanto ci costa tutto questo sistema, da dove vengono i fondi, e chi ci guadagna? E, alla fine, quanto riesce veramente ad accogliere e integrare i profughi, e quale sarà veramente il loro destino?

I media sono pieni di articoli scandalistici a proposito dell’accoglienza: i profughi in alberghi di lusso, i profughi che rifiutano e sprecano il cibo, i profughi che intascano 35 euro al giorno a spese nostre. Cosa c’è di vero? Come abbiamo visto, dopo l’accoglienza, i profughi hanno diritto a vitto, alloggio e corsi di formazione a spese dello Stato italiano, in teoria fino a che non diventano integrati e autosufficienti; in pratica, fin che c’è posto nel sistema e per un periodo molto variabile ma tipicamente compreso tra uno e due anni dall’arrivo in Italia.

Più precisamente, è sufficiente leggere uno dei capitolati degli appalti prefettizi per le strutture di emergenza, che hanno ormai le stesse condizioni dei progetti SPRAR, per sapere nel dettaglio cosa lo Stato italiano fornisce agli immigrati: l’alloggio compresa la pulizia, tre pasti al giorno composti di primo, secondo, contorno e frutta/dolce e personalizzati per i gusti e i divieti religiosi di ogni profugo (qui le indicazioni dettagliate), i vestiti, i prodotti per l’igiene, almeno dieci ore settimanali di corso di italiano, una tessera telefonica da 15 euro al momento dell’arrivo, e poi un fondo di 2,50 euro al giorno in contanti, che viene solitamente usato per pagare le spese telefoniche e/o le sigarette.

Oltre a questo, vengono messi a disposizione servizi da usare in caso di necessità: mediazione culturale, accesso ai servizi pubblici (sanità, trasporti ecc.) e aiuto per usarli, aiuto per accedere ai centri per l’impiego e trovare borse lavoro e altre opportunità lavorative (tranne che nei primi sei mesi da richiedente asilo, in cui è vietato lavorare), aiuto per richiedere la casa popolare se se ne ha diritto, organizzazione di eventi e momenti di integrazione con la comunità locale, tutela legale e altro ancora, compreso il sostegno per il passaggio all’autonomia; per esempio, si pagano le spese perché il profugo prenda la patente di guida, e a fine progetto spesso al profugo vengono pagati un paio di mesi di affitto di una nuova casa e persino i mobili per arredarla.

Da dove viene allora la cifra di 35 euro al giorno a testa? Quello è il costo standard che lo Stato italiano paga per garantire quanto sopra ai profughi, dandolo ai suoi fornitori, che sono i Comuni (che poi subappaltano alle associazioni) nel caso dello SPRAR, mentre sono direttamente cooperative ed entità del terzo settore nel caso dei CPSA/CDA/CARA e nel caso delle strutture straordinarie prefettizie; in quest’ultimo caso spesso sono coinvolti, direttamente o con subappalto dalle cooperative, gli albergatori del territorio.

La cifra può variare per categorie speciali di ospiti (per esempio per i minori adesso la cifra standard è 45 euro al giorno a testa) ed è variata nel tempo; per la già citata Emergenza Nord Africa, per esempio, era normale che le prefetture pagassero dai 40 euro in su. Trattandosi di appalti, possono verificarsi dei ribassi di gara; per esempio, nell’ultimo appalto prefettizio concluso per Torino città sono stati appaltati cento posti a 34,50 euro e altri sessanta posti a 29 euro. A queste cifre si aggiunge l’IVA, che a seconda del tipo di fornitore del servizio può andare da zero al 22%.

In media, dunque, ogni profugo costa allo Stato italiano tra i 1000 e i 1200 euro al mese; di questi, solo 75 finiscono direttamente in mano al profugo, mentre il resto viene pagato a intermediari italiani in cambio dei servizi di cui sopra.

Da un certo punto di vista, è comprensibile la rabbia degli italiani più poveri, visto che lo Stato italiano, ai milioni di esodati, disoccupati, precari e pensionati al minimo che spesso per decenni hanno pagato tasse e contributi alle casse nazionali, non fornisce affatto il vitto e solo in piccola parte fornisce l’alloggio, e mai gratis; e spesso offre sussidi e prestazioni che sono ben inferiori ai mille euro al mese abbondanti spesi per ogni profugo. Questa è una disparità di trattamento che, a fronte dei numeri in aumento, va affrontata o determinerà una moltiplicazione delle proteste e delle guerre tra poveri.

E la spesa è enorme: basta moltiplicare una media di 1100 euro al mese per gli almeno 70.000 posti attualmente garantiti e per dodici mesi per arrivare attorno al miliardo di euro annuo, senza contare il costo di tutto il resto: dei soccorsi in mare, dei trasporti di profughi in giro per l’Italia, delle strutture burocratiche di gestione delle domande di asilo e dell’accoglienza.

Spesso i fautori dell’accoglienza cercano di minimizzare il problema sostenendo che l’accoglienza dei profughi in realtà non ci costa, perché è pagata dall’Europa; questo però è falso, intanto perché gli stanziamenti europei dell’AMIF (fondo per l’asilo, le migrazioni e l’integrazione) sono di tre miliardi di euro totali per tutta Europa per sette anni non solo per i profughi ma per tutti gli immigrati, e quindi coprono solo una piccola parte delle spese; e perché comunque i fondi europei non crescono sugli alberi, ma arrivano anch’essi dalle tasse degli italiani. Allora le stesse persone parlano del ritorno economico che i profughi porteranno lavorando, ma allora il problema è: quanto lavoreranno e produrranno i profughi? E di questo parleremo più avanti. Nel frattempo, il problema del costo crescente dell’accoglienza c’è, ed è irrisolto.

D’altra parte, va però rimarcato che i mille euro abbondanti al mese non vanno affatto a finire nelle tasche dei profughi, ma in quelle di un mondo di cooperazione italiana vicina alla politica di cui tra poco parleremo; anzi, vien da pensare che se invece di dare 1100 euro al mese alle cooperative ne dessimo 400 a ciascun profugo, noi spenderemmo un terzo e loro vivrebbero anche meglio.

Le proteste dei profughi, dunque, possono sembrare e spesso sono un segno di ingratitudine o un tentativo di rompere le scatole per avere ancora qualcosa in più; ma possono anche essere invece il segnale che l’intermediario italiano sfrutta la situazione peggiorando i servizi e maltrattando i profughi per lucrare sulla situazione. Magari il profugo rifiuta il cibo perché è un ingrato schizzinoso, o magari lo rifiuta perché la cooperativa gli dà il mangiare del cane per aumentare i propri utili: chissà.

Di scandali sull’accoglienza, difatti, ne sono usciti già molti; per esempio quello, collegato all’indagine Mafia Capitale, del sottosegretario NCD Castiglione che avrebbe contribuito alla manipolazione delle gare d’appalto per il CARA di Mineo. Ma anche quando tutto è fatto a norma di legge, è indubbio che a guadagnare dall’accoglienza siano ambienti vicini alla politica e/o molto chiacchierati.

A Torino, per esempio, l’appalto prefettizio per accoglienza profughi dello scorso marzo è stato aggiudicato (per quanto reso pubblico al momento) prevalentemente a due diverse entità. Il lotto 2, più altri lotti in provincia per un totale di 260 posti a 34,50 euro/giorno/persona e per un valore complessivo di 2.466.750 euro + IVA, è stato vinto dal raggruppamento tra Liberi Tutti, cooperativa sociale della galassia cattolica vicina al Sermig, e il centro Babel di via Ceresole, associazione della galassia di Terra del Fuoco di Michele Curto, attuale capogruppo di SEL in Comune. Il lotto 1, più altri lotti in provincia per un totale di 257 posti al prezzo molto più scontato di 29 euro/giorno/persona e per un valore complessivo di 2.049.575 euro + IVA, è stato vinto dalla cooperativa L’Isola di Ariel, che gestisce da anni il centro di accoglienza di via Aquila, e che assurse all’onor delle cronache per i suoi legami con Giorgio Molino, noto come “ras delle soffitte” per la sua attività di affittacamere agli immigrati (ma anche al Comune, che nelle case di Molino ha messo anche i rom sfollati da Lungo Stura Lazio, ovviamente a pagamento) a condizioni non proprio di favore.

E’ molto difficile capire dall’esterno quali siano i veri costi di ospitare e mantenere i profughi; dipende molto dalla qualità del servizio fornito e dal fatto che tutto ciò che è previsto e remunerato dall’appalto venga effettivamente svolto, cosa su cui i controlli, secondo gli stessi dirigenti dello SPRAR, lasciano molto a desiderare, specie per gli appalti prefettizi.

E così, non sappiamo se questi operatori siano dei benefattori che si fanno carico per motivi ideali di una complessa emergenza sociale, come loro stessi generalmente si presentano, o se davvero, come spesso si dice in rete, tutto il sistema dell’accoglienza, gonfiato in Italia molto più che altrove dalla grande “generosità” con cui si accolgono anche i profughi che non saremmo obbligati ad accettare e dalla (voluta?) inefficienza che prolunga a dismisura i tempi dell’accoglienza in attesa della risposta alla domanda di asilo, sia mirato a trasferire denaro pubblico verso ambienti politicamente protetti.

Sta di fatto che alla fine potrebbe valere la pena di spendere tutti questi soldi se servissero a integrare i profughi, a trasformarli in persone produttive e inserite nelle regole e nella società italiana, capaci di restituire nel tempo col loro lavoro il dono di accoglienza ricevuto dagli italiani, e di diventare italiani loro stessi. Ma è così?

Per saperlo, basta guardare un ultimo grafico dell’Atlante SPRAR 2014 (pag. 46): quello che mostra i motivi per cui i profughi escono dal programma.

Solo il 31,9%, meno di uno su tre, ne esce per “integrazione”; e guardate che per lo SPRAR “integrazione” è anche, semplicemente, avere una borsa lavoro precaria di tre mesi, dopo la quale il profugo sarà di nuovo in mezzo alla strada e senza più supporto. Quasi nessuno (0,3%) sceglie di tornare in patria; il 5% viene allontanato, ovvero buttato fuori dal programma perché si comporta male e non rispetta le regole di convivenza, o addirittura delinque.

Il resto è quel 63%, la stragrande maggioranza, che si perde per strada; o a un certo punto sparisce e se ne va a cercar fortuna altrove, oppure viene buttato in mezzo alla strada per fine dei termini, senza aver conseguito la minima integrazione, e magari senza nemmeno avere imparato la lingua (o perché non si è applicato, o perché i corsi di italiano forniti dal gestore erano pessimi o inesistenti).

Quindi, alla fine, tutta questa enorme spesa non serve quasi a niente, se non a produrre decine di migliaia di disadattati privi di qualsiasi forma di reddito, che per sopravvivere nella maggior parte dei casi non potranno fare altro che occupare edifici altrui, rubare e delinquere o perlomeno arrangiarsi nella zona grigia ai margini della società, creando probabilmente dei ghetti fuori controllo, come è già successo al MOI con l’avanguardia reduce dall’Emergenza Nord Africa. E questo ovviamente creerà sempre più problemi di convivenza con gli italiani e con gli immigrati regolari, e sempre più razzismo.

In sostanza, il sistema dell’asilo politico è stato concepito per un mondo in cui i profughi erano pochi e ben identificabili; ora viene usato per favorire una immigrazione senza limiti, equiparando la povertà e le difficoltà della vita nei paesi in via di sviluppo a una persecuzione politica.

A fronte di questo, il dibattito pubblico troppo spesso cade nella dicotomia ideologica – funzionale a tutti i partiti e a chi sull’immigrazione ci vive, politicamente o economicamente – per cui le uniche due ipotesi in lotta sono l’accoglienza generalizzata “umanitaria”, che però porta a sfruttare i profughi per poi abbandonarli a morire di fame nelle fabbriche in disuso e a scontrarsi per le strade con la reazione degli italiani, o le sparate salviniane sull’affondare i barconi.

Eppure, ci deve essere una terza via, una via per cui non si lasciano morire questi poveretti, ma non li si accolgono nemmeno tutti. Una migrazione di massa dall’Africa all’Europa, oltre a essere ingestibile, non risolve niente; serve solo ai poteri economici che cercano manodopera senza diritti per eliminare gli ultimi residui di diritti dei lavoratori che ancora esistono, e nel frattempo impoverisce di energie e intelligenze i Paesi africani.

Noi dovremmo accogliere solo le persone che sono veramente in pericolo di vita per guerre e persecuzioni, e farlo anche più degnamente di oggi. Per il resto, gli africani dovrebbero poter rimanere a casa loro a lavorare per lo sviluppo dell’Africa, anziché fare gli schiavi qui. Per fare questo servono regole chiare e serve la capacità di farle rispettare, senza per questo abbandonare la gente in mare, ma senza nemmeno farci prendere in giro dal senegalese che si dichiara siriano o perseguitato politico per avere un permesso di soggiorno.

 

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