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PROSTATA : UN AIUTO DALLA NATURA CON PREPARAZIONI GALENICHE VEGETALE

I problemi alla prostata sono molto frequenti, soprattutto fra gli uomini di mezza e tarda età. Tra i disturbi più diffusi dovuti a un ingrossamento della ghiandola prostatica, quando non derivanti da tumori, dolore e difficoltà di minzione, ma anche una lunga serie di questioni connesse alla sfera sessuale come impotenza o impossibilità di raggiungere l’orgasmo. Secondo studi recenti, un rimedio naturale per alleviare i sintomi – sempre sotto la supervisione obbligatoria del proprio medico o dell’andrologo di fiducia – arriverebbe dall’ortica.
L’ortica è una pianta ubiquitaria, nota ai più per i pomfi pruriginosi causati dal contatto della pelle con la pianta. In infusione o in impacco, però, alla pianta da sempre è riconosciuto un medio impatto urologico, grazie alla ricchezza di fitosteroli, scopoletina, tannini, sali minerali e molto altro. Ma come agisce sulla prostata?
Lo studio
Nel luglio del 2013, sono stati pubblicati i risultati di uno studio condotto dall’Università di Teheran, presso il Dipartimento di Urologia della facoltà di Scienze Mediche, con cui si certificano gli effetti benigni dell’ortica sull’ipertrofia prostatica benigna. I pazienti sono stati sottoposti per otto settimane alla somministrazione di 300 mg di ortica in compresse al giorno, i risultati sono stati incoraggianti: in tutti i casi sottoposti a test, si è ottenuta una diminuzione della ghiandola, a cui è seguito un parziale recupero delle funzioni di minzione, nonché di quelle prettamente sessuali. Il trattamento, ovviamente, non può essere sostitutivo delle cure canoniche, semmai sarebbe da utilizzare come coadiuvante.
In uno studio coreano apparso su Urologia Internationalis, a 140 uomini con ipertrofia prostatica benigna sintomatica sono stati somministrati giornalmente 0.2 mg di tamsulonin (farmaco utilizzato contro i sintomi dell’ipertrofia prostatica benigna) o 320 mg di serenoa (Serenoa repens), una palma nana diffusa in Stati Uniti, sud Europa e nord Africa.
Dopo 12 mesi di osservazione, i risultati ottenuti hanno dimostrato l’effetto maggiore con la combinazione della serenoa con il farmaco.
Similarmente, in un precedente studio che aveva confrontato l’efficacia della serenoa con il tamsulosin per 12 mesi, i sintomi dei pazienti dei 2 gruppi erano migliorati, tuttavia le dimensioni della prostata erano diminuite solo nel gruppo che aveva assunto serenoa e le disfunzioni sessuali erano risultate più comuni nel gruppo che aveva assunto tamsulosin.
Complessivamente, la serenoa aveva ottenuto una risposta superiore dopo solo 3 mesi di trattamento rispetto al farmaco.
L’estratto di serenoa è pertanto una sostanza vegetale alla quale poter ricorrere per attenuare i sintomi delle sindromi irritative e ostruttive dell’apparato urinario e in caso di iperplasia prostatica benigna.
Bibliografia
Ryu YW, Lim SW, Kim JH, Ahn SH, Choi JD. Comparison of tamsulosin plus serenoa repens with tamsulosin in the treatment of benign prostatic hyperplasia in korean men: 1-year randomized open label study. Urol Int. 2015;94(2):187-93.
LA SERENOA REPENS
E’ una piccola palma nativa del Nord America, dove cresce nelle pinete e sulle dune sabbiose costiere del South Carolina e della Florida, ma anche nel sud Europa e nel nord Africa. Raggiunge un altezza fino a 3 metri e deve il suo nome popolare di palmetto seghettato dall’aspetto a corona che formano le foglie lanceolate e dai frutti di colore rosso intenso, grossi come olive.
Il frutto maturo, parzialmente essicato, è stato utilizzato nella medicina tradizionale dai nativi americani per trattare problemi prostatici ed urinari ( vescicali ed uretrali). Accanto alle cistiti, i frutti di Serenoa, sono stati impiegati anche per l’apparato respiratorio ( asma, bronchiti…) e gastroenterico, per il metabolismo e gli aspetti della vita sessuale ( afrodisiaco, stimolante lo sviluppo mammario e la produzione di sperma).
Le prime osservazioni della medicina occidentale sulle applicazioni terapeutiche si devono al dr. Marcy, nel 1892. E’ presente nelle più recenti monografie sulle piante medicinali selezionate dalla WHO e nelle monografie ESCOP.
Fin dai primi studi farmacologici in vitro è emersa la capacità degli estratti di Serenoa, in particolare la frazione lipofilica, di inibire l’attività 5a-reduttasi. Di conseguenza viene drasticamente ridotta la produzione di diidrotestosterone dai successivi prodotti di riduzione.
L’efficacia clinica di Serenoa Repens nell’attenuare i sintomi urinari associati alla IPB è stata documentata in numerosi studi con controllo passivo ( placebo ) o attivo ( farmaci ).
Gli studi condotti hanno coinvolto pazienti con IPB moderata, dimostrando il miglioramento dei sintomi urinari: riduzione del 60 % della nicturia, attenuazione della disuria in 2/3 dei pazienti ed un aumento del flusso sino al 50 %, riduzione della pollachiuria del 40 %.
I dati sulla sicurezza e tollerabilità sono consistentemente rassicuranti per l’impiego a breve, medio e lungo termine.
Gli effetti collaterali registrati sono stati tutti lievi, transitori e reversibili: dispepsia e diarrea.
Non vi è alcuna evidenza nell’uomo che gli estratti di Serenoa repens abbiano interazioni farmacologiche.
L’EPILOBIUM
Il genere Epilobium appartiene alla famiglia delle Onagraceae, che comprende circa 20 generi, alcuni dei quali spontanei in Italia e 640 specie, decine delle quali presenti in Europa. Si tratta di piante perenni, fiorite, che spesso crescono su suoli difficili ( specie dopo l’incendio di un bosco ).
Viene tradizionalmente preparato come infuso ( 1-2 grammi dell’essicato in una tazza di acqua calda), bevuto 3 volte al giorno.
I composti fenolici di Epilobium sono i principali responsabili della capacità scavenger, ciè di neutralizzazione dei radicali liberi, responsabili dell’invecchiamento tessutale e prodotti in misura crescente durante il danno organico. I composti fenolici si comportano come agenti riducenti donatori d’idrogeno ed accettori di atomi reattivi di ossigeno. Questo potere antiossidante di Epilobio è, sulla base molare, più forte della vitamina C: bastano 2 mmol di Epilobio per ottenere un’attività antiossidante di 5 mmol di acido ascorbico ( peso medio molecolare considerato di tutti i composti: 333 Da). Numerosi studi hanno confermato la superiorità scavenging di Epilobio rispetto alla vitamina C proteggendo i tessuti prostatici da una eccessiva ossidazione indotta dall’infiltrazione di fagociti per motivi infiammatori od immunitari.
Una seconda attività di Epilobio, complementare a quella antiossidante, è di natura antinfiammatoria: questa azione è talmente elevata da essere del medesimo ordine di grandezza di quella della indometacina.
La prima dimostrazione di un significativo e specifico effetto antiproliferativo di Epilobium angustifolium su cellule umane prostatiche è stata ottenuta in Italia. A basse concentrazioni, non citotossiche, l’Epilobio inibisce la sintesi di DNA delle cellule proliferanti.
ACIDO ELLAGICO DA MELOGRANO
L’acido ellagico (EA), un componente del succo di frutto di melograno (PFJ), è un polifenolo di origine vegetale che ha proprietà antiossidanti. Il succo di melagrana e l’acido ellagico sono stati segnalati per le loro proprietà soppressive verso vari tipi di cancro, tra cui il cancro alla prostata. Tuttavia, i loro effetti chemiopreventivi sullo sviluppo e la progressione del cancro alla prostata non sono stati ancora esattamente stabiliti in vivo.
In questo studio gli effetti del succo e dell’acido ellagico sono stati studiati in un modello transgenico di adenoma della prostata (ratti TRAP). In vitro è stata valutata la crescita cellulare, l’apoptosi e analisi Western Blot su linee cellulari di cancro prostatico umano LNCaP (androgeno- dipendente), PC-3 e DU145 (androgeno-indipendenti). Dalla sperimentazione è emerso (modello TRAP) che il succo di melagrana ha ridotto l’incidenza di adenocarcinoma prostatico laterale e, sia il succo che l’acido ellagico, hanno soppresso la progressione della carcinogenesi della prostata e indotto apoptosi via caspasi 3. Inoltre, il trattamento con acido ellagico ha significativamente diminuito il livello della perossidazione lipidica nella prostata ventrale. L’acido ellagico ha anche inibito la proliferazione delle cellule LNCaP, PC-3 e DU145. L’acido ellagico ha indotto apoptosi in cellule LNCaP aumentando il rapporto Bax/ Bcl-2 e l’attivazione della caspasi-3. Sempre dopo trattamento con acido ellagico le proteine correlate al ciclo cellulare p21 (WAF), p27 (Kip), cdk2 e la ciclina E sono risultate aumentate, mentre la ciclina D1 e Cdk1 sono diminuite.
Per gli autori della ricerca i risultati indicano che il succo di melagrana e l’acido ellagico sono potenziali agenti chemiopreventivi per il cancro alla prostata e che l’acido ellagico può essere il componente attivo (relativamente all’azione studiata) presente nel MELOGRANO .
QUERCETINA E BIOFLAVONOIDI
Il cancro della prostata per incidenza è il più comune tumore nell’uomo e al quarto posto nella popolazione generale (a parte quelli della pelle). Quindi è molto frequente, ma fortunatamente ha una bassa incidenza sulla mortalità, perché è un tumore ben curabile anche molto a lungo. La maggior parte di questi tumori colpisce l’uomo dopo i 65 anni e ha una buona prognosi. Ci sono numerose piante medicinali che provocano l’apoptosi cellulare del tumore della prostata (ovvero la morte cellulare programmata). Il Tè verde è considerata quella più efficace per vari tipi di cancro. Studi osservazionali e studi randomizzati e controllati lo confermano: c’è una tendenza di ridotta incidenza di tumore prostatico a ogni aumento di una tazza al giorno di Tè verde. Sperimentalmente il succo di Melograno sopprime la segnalazione delle cellule infiammatorie, inibisce la crescita del tumore della prostata e riduce i livelli di PSA, e la supplementazione con una miscela di Tè verde, Melograno, Broccoli e curcumina ha comportato una riduzione del tasso di aumento del PSA tra gli uomini con carcinoma della prostata. Il succo del Melograno va comunque assunto con cautela perché può aumentare la biodisponibilità di altri farmaci assunti contemporaneamente. Anche la natura chemiopreventiva e chemioterapica della curcumina come agente terapeutico per il trattamento del cancro alla prostata è assai promettente: le preparazioni migliori sono quelle con Curcuma in nanoemulsioni, nanoparticelle, fitosomi, liposomi o ciclodestrine. Conoscendo il ruolo degli ormoni nello sviluppo del carcinoma prostatico, sono intuibili gli effetti sul tessuto del carcinoma prostatico esercitati da numerose sostanze vegetali, si cui sono in corso studi: Tribulus terrestris, Fitoestrogeni di Soia, Tisana Caisse (Essiac), Serenoa repens, Resveratrolo, Baicaleina, Acido ursolico, Sulforafano.
Sono dei componenti di molti frutti e verdure. Sono detti anche vitamina C2, vitamina P, flavoni, etc.
Furono scoperti dallo scienziato ungherese Albert Szent-Gyorgyi, lo scopritore della vitamina C (premio Nobel nel 1937), il quale osservò che i bioflavonoidi hanno un effetto sinergico con la vitamina C. I bioflavonoidi più conosciuti sono la quercetina, la rutina, l’esperidina, la naringina, la baicalina, il pycnogenolo; aumentano la resistenza dei capillari e regolano la loro permeabilità, sono essenziali per la protezione dall’ossidazione della vitamina C, proteggono dalle emorragie e dalle rotture dei capillari, svolgono attività antivirale e anticancerigena ; l’azione più marcata si ha contro i virus della poliomielite, dell’epatite A e B, dell’influenza e dell’ HIV. I flavonoidi differiscono da frutto a frutto e da foglia a foglia, sia come tipo di flavonoidi sia in quantità e potere antiossidante.
I bioflavonoidi sono molto importanti per le donne che soffrono di problemi mestruali. Ciò è legato al potere che ha la vitamina P, insieme alla vitamina C, di migliorare il tono venoso e aumentare la resistenza parietale dei vasi capillari.
Ricercatori dell’Università della Florida, hanno scoperto che i bioflavonoidi, particolarmente alcuni contenuti negli agrumi, sono agenti naturali efficaci contro la trombosi. Ciò è risultato da esperimenti in provetta, sugli animali e sul sangue umano.
I bioflavonoidi, ed in particolare gli antocianosidi del mirtillo, hanno anche efficacia contro i disturbi della visione: possono migliorare la visione crepuscolare e ridurre i fenomeni di abbagliamento. Possono servire contro i disturbi della retina di origine ipertensiva e diabetica, e nella miopia evolutiva.
Un altro vantaggio dei bioflavonoidi è che sono innocui, e che non interferiscono con la capacità di coagulazione del sangue, quando è opportuna per la rimarginazione di ferite.
Essi restituiscono la normale resistenza alle pareti dei capillari, senza provocare un “ispessimento”del sangue: i bioflavonoidi sono cioè dei normalizzatori del flusso sanguigno nei capillari e nelle vene.
Il fabbisogno giornaliero di bioflavonoidi nell’alimentazione non è ben determinato, ma si ritiene sufficiente un apporto di 50-200 mg al giorno.
Tra i fattori antagonisti dei bioflavonoidi, ci sono il fumo, lo stress, l’aspirina, il cortisone, gli antibiotici, il caffè, mentre il loro assorbimento è migliorato dalla vitamina C, dal calcio e dal magnesio.
Le proprietà di assorbimento e deposito dei bioflavonoidi sono molto simili a quelle della vitamina C. Essi vengono prontamente assorbiti dal tratto intestinale e immessi nella corrente sanguigna. Quantità in eccesso vengono eliminate attraverso le urine e la traspirazione.
Non vi è alcuna dose dietetica raccomandata per i bioflavonoidi. Essi sono presenti con la vitamina C in fonti alimentari naturali, mentre la vitamina C sintetica non li contiene. L’associazione di bioflavonoidi e vitamina C è più efficace della vitamina C presa da sola. La rutina, che viene estratta dalle foglie del grano saraceno, è una buona fonte alimentare di bioflavonoidi. I bioflavonoidi sono considerati privi di tossicità.
I sintomi di una carenza di bioflavonoidi sono strettamente legati a quelli di una carenza di vitamina C. Sono particolarmente note come tali sintomi le perdite di sangue, emorragie e facili ematomi. Una carenza di vitamine C e P può essere un fattore predisponente per reumatismi e febbre reumatica.
La quercetina, un bioflavonoide, se assunta insieme alla vitamina C è efficace nella cura del raffreddore comune e ha anche un’attività antivirale contro la poliomielite, i reovirus, i virus Coxsackie e i rinovirus. I bioflavonoidi sono sostanze antiinfiammatorie, esplicano azione antispasmodica e immunomodulante, sono utili per rafforzare i capillari e possono contribuire a prevenire l’influenza. I bioflavonoidi si sono rivelati efficaci nel trattamento della fragilità capillare, e si è riscontrato che riducono al minimo le contusioni che si verificano negli sport da contatto, nelle persone predisposte agli ematomi ed in quelle ipertese.
La rutina è particolarmente utile nella prevenzione di perdite di sangue frequenti dovute a vasi sanguigni indeboliti. Qualche volta viene usata nel trattamento delle vene varicose, delle emorroidi, dei crampi notturni ed altri problemi circolatori. Questa sostanza è stata anche utilizzata con successo in associazione con farmaci antidepressivi ed antipsicotici.
I bioflavonoidi presenti nel biancospino possono avere effetti benefici per chi soffre di angina. L’effetto è simile a quello del farmaco digitossina. I bioflavonoidi sono l’ingrediente attivo del succo di cardo mariano, usato per la cura di malattie epatiche.
I bioflavonoidi vengono talvolta utilizzati nel trattamento delle emorroidi e contribuiscono a impedire che le pareti dei vasi sanguigni diventino fragili. I bioflavonoidi sono stati utilizzati nella cura delle ulcere e delle vertigini causate da labirintite, una malattia dell’orecchio interno. Si è riscontrato che una fragilità dei capillari era il fattore scatenante principale di entrambe queste malattie. L’asma è stata trattata con successo con la somministrazione dei bioflavonoidi. Questi ultimi sono stati anche usati come agente protettivo contro gli effetti dannosi dei raggi X.
I disturbi ai vasi sanguigni dell’occhio che colpiscono i diabetici sembrano reagire ad un trattamento a base di bioflavonoidi e vitamina C.
In Francia,numerosi studi hanno dimostrato che i bioflavonoidi possono essere usati con successo per un certo numero di problemi ginecologici. Si è riscontrato che i composti di flavoni possono sostituire efficacemente gli ormoni nelle terapie per curare l’irregolarità dei cicli o i dolori mestruali non causati da danni anatomici. Alcuni dei composti hanno prevenuto emorragie e regolato il flusso mestruale dopo l’inserimento di dispositivi contraccettivi intrauterini. I bioflavonoidi e la vitamina C, se presi insieme possono essere efficaci nella prevenzione dell’aborto abituale.
La quercetina, appartenente al gruppo dei flavonoli (e più precisamente è un tetraossiflavonolo), è la componente aglicone ed è isolabile da numerose specie vegetali tra cui: ippocastano, calendula, biancospino, camomilla, iperico e gingko biloba.
Alimenti particolarmente ricchi di quercetina sono:
uva rossa e vino rosso
cappero (è la pianta che ne contiene la maggior quantità rispetto al peso)
cipolla rossa
the’ verde
mirtilli
mele
propoli
sedano
È considerato un inibitore naturale di vari enzimi intracellulari:
alcune tirosin-chinasi (TK), incluso il recettore del fattore di crescita epidermico (EGFR);
alcune proteine chinasi calcio-fosfolipide dipendente (PKCs);
la 5-lipossigenasi (che produce i leucotrieni, mediatori dell’infiammazione dell’asma);
la fosfolipasi A2, che degrada i lipidi di membrana generando acido arachidonico, che viene poi trasformato in prostaglandine, coinvolte nell’infiammazione;
l’ornitina decarbossilasi (ODC) che produce le poliammine, notoriamente coinvolte nella proliferazione cellulare;
le chinasi dei fosfoinositidi PI3K e PI4P-5K, coinvolte nelle risposte proliferative innescate dalle via mitogeniche della traduzione del segnale.
Per tali proprietà è stata estensivamente studiata in campo oncologico sperimentale, nella delucidazione dei meccanismi di proliferazione cellulare e della cancerogenesi.
La quercetina è inoltre un antiossidante naturale. Tra le sue funzioni più importanti vi sono:
– ripristinare il tocoferolo (Vitamina E), dopo che questo si è trasformato in radicale libero (tocoferil-radicale), – disintossicare la cellula dal superossido e – frenare la produzione di ossido nitrico durante le infiammazioni.
La quercetina potrebbe essere impiegata nella terapia delle leucemie. Lo attesta una ricerca dell’Istituto di scienze dell’alimentazione del Consiglio nazionale delle ricerche di Avellino (Isa-Cnr), pubblicata dal British Journal of Cancer.
“Studi eseguiti dal nostro e da altri gruppi di ricerca hanno dimostrato da tempo che la quercetina appartiene a quell’ampio gruppo di molecole di origine vegetale (fitochimici) con attività chemio-preventiva”, spiega Gian Luigi Russo, ricercatore presso l’Isa-Cnr e responsabile della ricerca. “La molecola, cioè, è capace di bloccare il processo di trasformazione di una cellula normale in tumorale, oppure di invertirlo se esso è già in atto”.
Sinora, però, gli studi erano stati condotti essenzialmente su linee cellulari o modelli animali. “Adesso, per la prima volta, abbiamo dimostrato che la quercetina è efficace in cellule tumorali di pazienti affetti da leucemia linfocitica cronica (LLC)”, continua Russo. In tali pazienti, la molecola “è in grado di rendere vulnerabili al trattamento farmacologico con chemioterapici cellule isolate dal paziente che prima non lo erano.
Questa ‘sensibilizzazione’ è stata confermata associando la quercetina sia a farmaci sperimentali come Trail (un agente che induce apoptosi, ovvero il ‘suicidio’ della cellula leucemica), sia a farmaci da tempo presenti in terapia quali la fludarabina”.
I dati fanno ben sperare per una prossima sperimentazione clinica. “Sebbene la quercetina non sia esente da tossicità, studi preclinici hanno dimostrato che la molecola è ben tollerata anche a dosi elevate”, spiega il ricercatore. “Ciò consentirebbe di superare il problema della bassa biodisponibilità di questi composti e raggiungere le concentrazioni ematiche necessarie a garantire un’azione chemio-preventiva nei soggetti a rischio e quella terapeutica in soggetti affetti da Llc”.
Infatti, la quantità di quercetina assunta giornalmente con la dieta (25-30 milligrammi) è molto lontana dal poter svolgere una qualsivoglia attività biologica. Anche dopo un pasto ricco di alimenti contenenti la molecola, dunque, le concentrazioni ematiche sarebbero troppo basse per giustificare l’attività antitumorale, che, invece, è associabile all’assunzione di dosi farmacologiche.
La leucemia linfocitica cronica colpisce circa 1-6 persone su 100.000 e rappresenta la più frequente forma di leucemia nell’adulto (22-30% dei casi). Una percentuale significativa di pazienti mostra resistenza ai protocolli standard di chemioterapia ed è proprio a questa popolazione che si rivolge lo studio eseguito dall’Isa-Cnr in collaborazione con Silvestro Volpe del Reparto di Ematologia dell’Ospedale Moscati di Avellino.
“Ma attenzione a interpretazioni errate o superficiali dei dati scientifici”, conclude Russo. “Massicce dosi di antiossidanti, quercetina inclusa, assunte liberamente come supplementi dietetici da persone sane e senza il diretto controllo del medico, possono risultare dannose alla salute. Il nostro lavoro fornisce invece indicazioni sperimentali utili per la progettazione di nuovi studi indirizzati a comprendere sia i meccanismi d’azione molecolare sia le reali potenzialità terapeutiche di questa molecola”.
La quercetina supera la barriera ematoencefalica, al pari di molti flavonoli.
La quercetina è considerata un phytoestrogen (cioè, una sostanza estrata da una pianta con le funzioni simili come quella di un estrogeno). Alcuni phytoestrogeni si credono inoltre per avere effetti antiestrogenici che potrebbero condurre a ridurre il rischio di determinati cancri.
In una prova double-blind, 67% dei pazienti che hanno assunto la quercetina hanno avuto un miglioramento dei sintomi di prostatite, rispetto ad un tasso di risposta di 20% nel gruppo del placebo.
La quercetina inibisce a livello trascrizionale l’espressione del recettore al DHT, e il tasso di inibizione è dose dipendente.La down-regulation del recettore al DHT a sua volta inibisce l’attività di tutti i geni androgeno-inducibili, implicati nei fenomeni di androgenizzazione anche cutanea e nello sviluppo e la progressione del carcinoma della prostata.
La quercetina sinergizza con la finasteride nel ridurre l’ipertrofia prostatica.
La quercetina inibisce l’attività ossidativa e riduttiva dell’enzima 17beta idrossisteroido deidrogenasi tipo 5, un enzima chiave nel metabolismo degli ormoni androgeni ed estrogeni. La quercetina ha una potente azione antiossidante di membrana, similglutatione ridotto, e inibisce i danni provocati dai radicali liberi dell’ossigeno.
Prevenire e curare il cancro della prostata con la quercetina. A proporre come nuovo approccio questa sostanza naturale sono i ricercatori della Mayo clinic di Rochester (Minnesota,Usa).
Dai test di laboratorio è risultato che la quercetina blocca l’attività androgena nelle cellule tumorali, prevenendo o arrestando la loro crescita. Il prossimo passo della ricerca sarà di studiare gli effetti di questo flavonoide sempre in laboratorio, ma su modelli animali. Sono infatti necessarie altre indagini per determinare se questi risultati preliminari sulla quercetina si tradurranno in benefici per l’uomo
Studiata da oltre 30 anni, questa sostanza naturale, contenuta anche nelle verdure a foglia verde, si è rivelata sicura e di tossicità relativamente scarsa. Lo studio condotto alla Mayo clinic è il primo a rivelare che la quercetina ha un’attività significativa contro il recettore androgeno delle cellule di carcinoma prostatico umano.
La quercetina è un potente inibitore sia della sintesi che dell’attività della cicloossigenasi 2, influenzando così il metabolismo dell’acido arachidonico. L’inibizione dell’attività della cicloossigenasi diminuisce l’aggregazione piastrinica con riduzione della tendenza allo sviluppo di trombi. La cicloossigenasi 2 (COX-2) catalizza la sintesi della prostaglandina E2, che gioca un ruolo chiave nell’infiammazione e nelle malattie associate, come acne, malattie cardiovascolari, neoplasie. Le cellule tumorali a diversi stadi (a volte anche in quelli pretumorali) esprimono la COX-2, che parrebbe coinvolta nei processi di neoangiogenesi, cioè nella formazione di nuovi vasi sanguigni che danno nutrimento al tumore e gli permettono di svilupparsi. In pratica, la COX-2 sembrerebbe essenziale perché le cellule tumorali si moltiplicano. E inattivandola con gli anticox2 si potrebbe riuscire a bloccare lo sviluppo del tumore.
La quercetina inibisce l’attività della lipoossigenasi e quindi la sintesi di LTB4, 5-HETE e 12-HETE, implicate sia in molti processi infiammatori che nella cancerogenesi.
L’attività antitumorale dei composti fenolici è complessa ed ancora molto poco conosciuta. In generale, come riportato sopra, molti agiscono come antiossidanti nei confronti dei radicali liberi che si originano durante il trattamento (trasformazione, conservazione, cottura) degli alimenti o durante i processi metabolici dell’organismo. È anche possibile che meccanismi di azione diversi siano simultaneamente attivi. In vitro, molti di essi, quali la quercitina ed il resveratrolo, hanno mostrato chiare proprietà antitumorali.
La quercitina esercita un potente effetto differenziante e antiproliferativo in cellule neoplastiche indirizzandole verso la mortecellulare programmata (apoptosi). La quercitina, arresta lo sviluppo dei tumori del colon negli animali da esperimento, e ha un effetto antiproliferativo in vitro sul carcinoma della prostata androgeno-indipendente.
CONTROINDICAZIONI
II sovradosaggio può causare irritazione gastrica e del tubo digerente con nausea e vomito, se ne sconsiglia l’uso a persone gastro sensibili, in allattamento, in pediatria, in gravidanza.
fonte ARTOI
PREPARATO GALENICO PER LA PROSTATA
A BASE DI SERENOA , EPILOBIO , SULFORAFANO E MELOGRANO
La Serenoa repens è oggi largamente utilizzata nel trattamento dell’ipertrofia prostatica benigna e dell’alopecia androgenica (caduta dei capelli sostenuta da disordini endocrini). I suoi princìpi attivi (trigliceridi, fitosteroli, derivati del sitosterolo, flavonoidi) le conferiscono proprietà antiandrogeniche, che espleta principalmente attraverso un’azione diretta sui recettori del diidrotestosterone, ed indiretta, tramite l’inibizione dell’enzima 5-alfa-reduttasi.
Cos’è il DHT
Il diidrotestosterone (DHT) è l’ormone androgeno più potente dell’organismo e la sua attività è 4-5 volte superiore rispetto al testosterone da cui deriva.
Il diidrotestosterone viene sintetizzato grazie all’azione dell’enzima 5-alfa reduttasi che rende semplice il doppio legame esistente tra il carbonio 4 ed il carbonio 5. Questa banale modifica chimica aumenta notevolmente l’affinità dell’ormone per i recettori androgeni, potenziandone, di conseguenza, l’attività.
Serenoa Diidrotestosterone
L’enzima 5-alfa reduttasi è molto concentrato nella cute, nel fegato, nel sistema nervoso centrale (dove è presente soprattutto l’isoforma di tipo 1) e nella prostata (dove si concentra l’isoforma di tipo 2).
Se prodotto in eccesso, il diidrotestosterone, in virtù del suo forte potere androgeno, favorisce la comparsa di acne, accelera la caduta dei capelli e causa ipertrofia prostatica. Da qui l’utilizzo di farmaci capaci di bloccare l’enzima 5-alfa-reduttasi, di derivazione fitoterapica (come la Serenoa) o di sintesi (come la finasteride), nel trattamento di queste condizioni.
A differenza del finasteride e della dutasteride, che inibiscono solamente una od entrambe le isoforme dell’enzima 5α-reduttasi, la serenoa agisce ad un duplice livello, bloccando l’enzima da un lato ed impedendo l’interazione del DHT con il suo recettore dall’altro.
L’inibizione dell’enzima 5-alfa-reduttasi, con conseguente blocco della conversione di testosterone in DHT, e del legame tra diidrotestosterone ed il suo recettore, sono stati dimostrati in vitro, ma sembrano troppo deboli affinché possano realizzarsi in vivo. Tutto ciò è sostenuto anche dal fatto che, pur risultando piuttosto efficace nel risolvere la sintomatologia associata all’ipertrofia prostatica benigna, la droga non porta a riduzioni significative del volume prostatico.
Contro l’alopecia androgenetica
Questa osservazione ne limiterebbe anche l’efficacia nel trattamento della calvizie di origine androgenica (“alopecia seborroica”) e dell’acne. Ciò non toglie, tuttavia, che la serenoa rappresenti un valido coadiuvante nel trattamento di queste condizioni, da utilizzarsi in associazione ad altri prodotti in grado di potenziarne l’azione o di agire su fronti differenti.
Ulteriori applicazioni salutistiche
La serenoa è dotata anche di effetti antifiammatori e spasmoltici sui muscoli delle vie urinarie, ricalcando, in questo senso, l’azione di un’altra categoria di farmaci utilizzati nel trattamento dell’ipertrofia della prostata e chiamati alfa-bloccanti. La contrazione dei muscoli prostatici favorisce infatti l’ostruzione dell’uretra, responsabile dei disturbi di minzione associati all’IBP.
La sommatoria di tutti questi effetti sarebbe responsabile dell’efficacia clinica della serenoa nel ridurre la sintomatologia associata all’ipertrofia prostatica, con un’azione paragonabile a quella della finasteride. La tollerabilità della droga sembrerebbe, invece, addirittura superiore.
Proprietà dell’Epilobio
Grazie alla sua azione antiflogistica, l’epilobio interviene nel trattamento delle iperplasie benigne della prostata e, in generale, migliora il sistema urinario. Inoltre, uno dei principi attivi dell’epilobio, il miricetolo-3-0-beta-D-glucuronide, ha la particolarità di inibire la liberazione di prostaglandine.Poiché contiene dei tannini, questa pianta può anche combattere le infezioni e ridurre le emorragie, in particolare nei casi di ciclo mestruale eccessivamente abbondante. Questi componenti consentono anche di drenare le secrezioni in eccesso, di distendere i tessuti molli e riparare quelli danneggiati, da cui l’utilità dell’epilobio in affezioni come le diarree e le irritazioni cutanee (compreso l’eczema).L’epilobio deve le sue proprietà antinfiammatorie grazie anche alla presenza di un numero elevato di flavonoidi nella sua composizione. Usi comuni per i trattamenti con epilobio sul corpo:
Problemi gastrointestinali come diarrea o stitichezza.
Tonico per il sistema cardiovascolare.
Problemi al tratto urinario.
Ingrossamento della prostata.
Cura di ustioni e ferite.
Contro ulcere dello stomaco.
Irritazioni cutanee.
I ricercatori hanno scoperto che il sulforafano, un composto alimentare presente nei broccoli che è noto per prevenire il cancro alla prostata, lavorare attraverso la sua influenza sui lunghi, RNA non codificanti. Questo è un altro passo in avanti in una nuova convincente area di studio sulla genetica alla base dello sviluppo e progressione del cancro.
I risultati dello studio sono stati pubblicati dai ricercatori della Oregon State University, nel Journal of Nutritional Biochemistry.
( Vedi anche:Il sulforafano possibile trattamento per il cancro).
La ricerca fornisce ulteriori prove di come questi lncRNAs, che una volta erano considerati una sorta di “DNA spazzatura” di nessun valore e nessuna funzione particolare, possono invece giocare un ruolo critico nella trasformazione delle cellule sane in maligne e nella loro diffusione.
La crescente evidenza mostra che gli lncRNAs, che si contano a migliaia, hanno un ruolo di primo piano nel campo della biologia e nello sviluppo delle cellule, spesso controllando quali geni devono essere attivati o “espressi” per svolgere la loro funzione genetica. Gli scienziati ora ritengono che la deregolazione di questi lncRNAs può contribuire a molteplici processi patologici, tra cui il cancro.
Gli lncRNAs sono anche di particolare interesse, secondo i ricercatori, perché sono espressamente specifici nelle cellule e tessuti.
A differenza di molti farmaci chemioterapici che colpiscono le cellule sane e quelle maligne e possono causare effetti collaterali indesiderati, il controllo degli lncRNAs può offrire un nuovo modo per prevenire o rallentare in particolare, la progressione delle cellule maligne.
“Questo potrebbe essere un punto di svolta nella nostra comprensione di come il cancro può essere attivato e si diffonde”, ha detto Emily Ho, Direttrice del Moore Family Center for Whole Grain Foods, Nutrition and Preventive Health alla OSU, Prof.ssa presso il College of Public Health and Human Sciences e ricercatore principale al Linus Pauling Institute.
STUDIO SU ESTRATTO DI MELAGRANA
Lo studio, condotto sperimentalmente (in laboratorio) e pubblicato sulla rivista scientifica “Proceedings of the National Academy of Sciences”, si incentra sulla chemoprevenzione e chemioterapia del succo di melagrana nel cancro della prostata. Fortemente antiossidante e antinfiammatorio, il succo di melagrana aveva già dimostrato (sempre in studi preclinici) di inibire la crescita del tumore della prostata e di promuovere un’attività antitumorale cutanea. Pur non essendo ancora chiaro cosa esattamente “guidi” l’effetto antitumorale del succo di melagrana, i componenti antiossidanti che esso contiene giocano sicuramente un importante ruolo.
Nei fatti (di laboratorio) il succo di melagrana arresta la crescita dellle cellule cancerogene della prostata e questo, secondo i ricercatori, potrebbe accadere anche negli esseri umani. Nelle cellule cancerogene della prostata, infatti, quando vengono incubate con estratto di frutti di melograno (da dieci a cento microgrammi per millilitro), in base alla dose somministrata, si stabilisce un’inibizione della crescita delle cellule tumorali dovute al fenomeno dell’apoptosi (morte cellulare programmata) o per necrosi delle cellule stesse. Gli studiosi, inoltre, hanno anche osservato che la secrezione di PSA (Antigene Prostatico Specifico, o Prostatic Specific Antigen), correlato alla crescita del tumore, veniva inibita.
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